Valerio Carocci a Cinema in Piazza: “Sono spaventato, chiedo aiuto alla città e alle forze dell’ordine”

«Non possiamo più tacere». A pronunciare queste parole, con la voce rotta dall’emozione, è stato Valerio Carocci, davanti a una folla attenta riunita in piazza San Cosimato. La serata, iniziata con l’incontro molto sentito con Robert De Niro, ha preso una piega inaspettata quando Carocci ha sollevato un allarme: gli spazi culturali di Roma sono sotto pressione, e lui stesso si sente minacciato. Non si è limitato a chiedere protezione per quei luoghi vitali, ma ha denunciato un clima di paura e isolamento. Dietro le quinte, si intrecciano le tensioni tra la Fondazione Piccolo America e il Comune, con accuse di interferenze politiche che rendono tutto più complicato. Quella piazza è diventata così il palco di una denuncia che scuote, e che non lascia spazio a dubbi.

Carocci e il Campidoglio: un dialogo difficile

Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, ha scelto di chiudere la stagione del Cinema in Piazza con un discorso pieno di emozione ma anche di fermezza politica. Ha confermato di aver invitato personalmente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, alla serata e di aver cercato un confronto con messaggi tesi a trovare una via di dialogo costruttivo. Ma ha ammesso che ottenere risposte chiare dall’amministrazione capitolina su questioni cruciali è stato difficile. Secondo lui, la tutela degli spazi culturali, tema centrale anche nella campagna elettorale del sindaco, rischia di saltare, e questo preoccupa tanto lui quanto la comunità culturale.

Carocci ha chiarito che non si tratta di una chiusura verso il Campidoglio, ma di una richiesta di trasparenza e confronto pubblico. «Vogliamo lavorare insieme, ma bisogna chiarirsi», ha detto, alludendo a episodi poco chiari che coinvolgono la città e che meritano risposte. Il tono si è fatto serio quando ha ammesso di vivere una condizione di insicurezza personale: «Non sono tranquillo, ho paura e chiedo alla città aiuto». Ha chiesto anche alle forze dell’ordine di mostrare più vicinanza e garantire protezione.

Pressioni e silenzi: la denuncia di Carocci

Nel suo intervento, Carocci ha denunciato indirettamente pressioni subite da lui e da alcuni giovani legati alla Fondazione. Ha raccontato che alcuni ragazzi sarebbero stati contattati dall’ufficio del sindaco per togliere i “mi piace” dai profili social collegati al Piccolo America. L’episodio è stato segnalato alla stampa, ma nessun giornale ne ha parlato. Una denuncia pesante, quella di Carocci, che ha definito questo silenzio mediatico come una forma di censura nei confronti della sua battaglia culturale e sociale.

Ha citato l’insegnamento del nonno, che gli ha insegnato a leggere le notizie su diverse testate per cogliere le sfumature, per sottolineare come oggi i giornali riportino tutti le stesse notizie nello stesso modo, senza pluralità di opinioni. Questa uniformità, secondo lui, impedisce di raccontare la realtà con verità e profondità. Ha anche detto di non aver mai vissuto una situazione simile durante le precedenti amministrazioni, da Veltroni a Raggi, segno di un peggioramento nel clima politico e mediatico.

Il futuro dell’ex cinema Metropolitan nel mirino

Uno dei nodi più caldi resta il destino dell’ex cinema Metropolitan in via del Corso. L’edificio dovrebbe diventare un centro commerciale, lasciando però una sala cinematografica di soli 99 posti, concessa per un periodo limitato all’amministrazione pubblica. Carocci e diverse associazioni per la tutela del patrimonio culturale si sono schierati con forza contro questo progetto, che vedono come una svendita dello spazio culturale a favore di interessi immobiliari e commerciali.

Il presidente della Fondazione ha sintetizzato così la sua posizione: «Se si trasforma il Metropolitan in un centro commerciale, di non commerciale rimane solo l’asfalto». La sua frase ha scatenato la reazione di esponenti del Partito Democratico e dell’assessora Valeria Baglio, che l’hanno definita un’aggressione. Carocci ha risposto con decisione, ribadendo che si tratta di esprimere liberamente un pensiero in un contesto democratico, non di un attacco personale.

Questa vicenda si inserisce in un quadro più ampio di lotta per salvare luoghi destinati alla cultura e alla partecipazione della cittadinanza. La storia del Piccolo America è legata alle occupazioni culturali a Trastevere, nate nel 2012 per difendere l’ex Cinema America dalla demolizione. Da allora sono nate iniziative come Il Cinema in Piazza, che ha permesso di organizzare arene estive gratuite e di mettere in contatto diretto spettatori e protagonisti del mondo del cinema nazionale e internazionale.

Libertà fuori dall’amministrazione e tensioni politiche

Carocci ha respinto l’idea che la sua mobilitazione nasca da un progetto politico personale. Ha spiegato che il fatto di non avere incarichi istituzionali gli dà più autonomia e capacità critica, elementi fondamentali per opporsi a decisioni urbanistiche e culturali che ritiene dannose per Roma. «Mi sento più libero, più potente e più libero di proporre riforme culturali per questa città stando fuori dall’amministrazione», ha detto.

Ha raccontato anche un episodio difficile avvenuto a un tavolo con l’europarlamentare Massimiliano Smeriglio, che lo avrebbe lasciato solo davanti a una persona da cui Carocci dice di aver ricevuto minacce. Ha ribadito la sua assenza di ambizioni politiche e ha sottolineato l’importanza di mantenere una posizione indipendente per continuare a denunciare scelte contro gli interessi culturali della città.

La tensione politica si estende anche alle denunce più gravi. Carocci ha parlato pubblicamente dell’acquisto progressivo di proprietà nel rione Trastevere da parte di soggetti legati ad ambienti mafiosi, lanciando un appello a non sottovalutare una situazione che definisce allarmante. L’invito al dialogo resta aperto, ma accompagnato da un senso di urgenza e preoccupazione per il futuro degli spazi culturali e della sicurezza in città.

La serata ha messo a nudo le contraddizioni che attraversano Roma, disegnando un quadro di scontro tra interessi pubblici, privati e culturali, sospeso tra richieste di trasparenza e pressioni che sembrano voler intimidire chi difende la città più dalla speculazione che da legittimi processi di trasformazione.

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