Era la notte del 7 agosto 1990 quando Simonetta Cesaroni venne colpita 29 volte negli uffici di via Poma. Trentasei anni dopo, la procura di Roma muove passi concreti su un caso rimasto avvolto nell’ombra. Non si tratta più di rimestare tra vecchi fascicoli o di riascoltare testimonianze consumate dal tempo. Stavolta, il lavoro si concentra su nuovi campioni di DNA, raccolti con cura da sette persone che finora non erano mai state nemmeno indagate. Un colpo di scena che riaccende le speranze e spalanca porte finora rimaste chiuse.
All’inizio di giugno 2024, la procura ha ordinato un esame tecnico irripetibile affidato ai RIS, i Carabinieri specializzati in investigazioni scientifiche. L’obiettivo è approfondire le tracce biologiche trovate sugli indumenti di Simonetta — corpetto, reggiseno e persino calzini. Il problema, dopo tutti questi anni, è che il materiale da analizzare è poco, quasi consumato dagli accertamenti fatti negli anni Novanta. Ora gli esperti lavorano su residui microscopici, cercando di tirare fuori risultati affidabili da ciò che resta.
Le persone coinvolte in questa fase sono sette: cinque uomini e due donne, nomi mai spuntati negli atti finora. Il loro DNA è stato prelevato in modo discreto, con campioni raccolti da oggetti di uso quotidiano come tazzine da caffè o bicchieri. Tra loro ci sono cinque professionisti, uno di alto profilo, e due persone legate direttamente all’ambiente di lavoro in via Poma. È chiaro che la procura punta ora l’attenzione su figure che fino a oggi erano rimaste nell’ombra, pronte a confrontarsi per la prima volta con le tracce biologiche della vittima.
La genetica forense è fondamentale, ma il lavoro degli inquirenti non si ferma alla scienza. Coordinata dal pm Alessandro Lia e seguita dal comando dei Carabinieri di via In Selci, l’indagine procede con cura, passando anche per nuovi rilievi nella zona di via Poma e una revisione attenta di tutti gli elementi rimasti irrisolti. Si torna a ricostruire la scena del crimine, a studiare l’edificio, a cercare testimoni o indizi finora trascurati.
Attenzione particolare è rivolta all’ex portiere, Pietrino Vanacore, già nel mirino negli anni Novanta. Gli investigatori vogliono capire se Vanacore abbia lasciato scritti o documenti personali mai emersi, che potrebbero chiarire punti oscuri o raccontare aspetti della sua versione finora ignorati. Si cerca insomma di andare oltre le prove materiali, ricostruendo ogni pezzo del “microcosmo” di via Poma, alla ricerca di riscontri concreti e nuove piste su una vicenda che ha ancora molto da dire.
Il legame con questa vicenda resta forte, anche dopo più di trent’anni. La famiglia di Simonetta, assistita dall’avvocato Federica Mondani, ha mostrato fiducia e apprezzamento per la nuova direzione presa dalle indagini. Un mix di rigore scientifico e lavoro tradizionale che, secondo loro, può rappresentare un’occasione preziosa. L’avvocato Mondani ha sottolineato come questo momento delicato possa davvero segnare una svolta, soprattutto se chi sa qualcosa deciderà finalmente di parlare.
La speranza è che, grazie a metodi aggiornati e dati certi, la verità possa venire fuori. Un elemento in più rispetto al passato, capace di mettere pressione su chi ha mantenuto il silenzio o potrebbe essere coinvolto. Da qui in avanti, questa nuova fase investigativa si presenta come una delle occasioni più concrete per fare luce su un cold case che ha segnato profondamente la città e la sua gente.
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