“Ti devi occupare solo della pulizia degli impianti”. Così, giorno dopo giorno, è stato escluso da ogni attività significativa, ridotto a un ruolo umiliante in un’azienda che, sulla carta, si definisce moderna. È la storia di un operaio trentino di 41 anni, assunto nel 1997, che ha sopportato anni di vessazioni, demansionamenti e scherni. Fino al licenziamento, ora giudicato ingiusto dal Tribunale del lavoro di Trento. Dopo un lungo braccio di ferro legale, l’uomo ottiene il reintegro e un risarcimento, insieme agli stipendi arretrati. Dietro questa vicenda si nascondono discriminazioni e danni psicologici che la sentenza ha messo nero su bianco, restituendo dignità a chi l’aveva persa sul posto di lavoro.
Dal 2015 la svolta in peggio: via le responsabilità, arrivano scherni e isolamento
Tutto comincia nel 2015, quando l’azienda trentina Lego Spa cambia vertici: arriva un nuovo direttore di stabilimento e un nuovo capo reparto. Per chi da anni era capomacchina, ruolo conquistato nel 2004, inizia una lenta e ingiustificata esclusione dai compiti tecnici. Invece di continuare nel suo ruolo, l’operaio viene assegnato a mansioni di pulizia degli impianti. Non si tratta di una riorganizzazione legata a esigenze produttive, ma di un vero e proprio demansionamento, accompagnato da atteggiamenti sprezzanti.
Le testimonianze raccolte parlano chiaro: colleghi e testimoni descrivono un clima di derisione costante. Frasi come «Ti hanno messo in castigo» o «Mi sento in imbarazzo a dirti cosa fare» erano all’ordine del giorno. Ogni tentativo del lavoratore di capire cosa stesse succedendo veniva accolto con sarcasmo o prese in giro pubbliche, spesso dal capo reparto. La situazione è degenerata fino a configurare un vero e proprio mobbing, con conseguenze pesanti sulla salute mentale e sulla serenità lavorativa.
L’offesa choc del 2017: insulti sessisti dopo il congedo di paternità
Nel 2017, il lavoratore chiede e ottiene i permessi per la nascita del figlio. Poco dopo, il capo reparto gli rivolge un insulto sessista gravissimo: «Fatti crescere le tette così lo puoi anche allattare». Non si trattò di una battuta isolata, ma di un segnale chiaro di un ambiente di lavoro tossico e discriminatorio, ostile verso chi esercita i propri diritti familiari.
Durante il processo, un testimone ha riferito che il direttore e il capo reparto parlavano apertamente di punire il dipendente come esempio per gli altri, evidenziando una strategia organizzata per isolare e punire il lavoratore. Questo clima ha peggiorato la sua situazione professionale e la sua salute.
Pressioni e malessere: malattie, assenze e infine il licenziamento
Le continue vessazioni hanno avuto un impatto grave sulla salute del lavoratore. Perizia psichiatrica disposta dal tribunale ha diagnosticato un disturbo dell’adattamento con ansia e depressione cronica, riconoscendo un danno permanente pari al 6% dell’integrità psicofisica. La sofferenza si è tradotta in numerose assenze: almeno 194 giorni di malattia tra novembre 2019 e il licenziamento, avvenuto il 28 luglio 2022.
L’azienda però non ha cercato di supportare il dipendente, ma ha proceduto al licenziamento, peggiorando la situazione. La diagnosi medica ha dimostrato che non si trattava di semplice assenteismo, ma di una diretta conseguenza delle pressioni e discriminazioni subite sul posto di lavoro.
Sentenza di svolta: reintegro, arretrati e risarcimento per danno morale
Dopo quasi tre anni di battaglia legale, il Tribunale di Trento ha emesso la sentenza definitiva il 17 febbraio 2026, resa nota solo ora. Il giudice Giorgio Flai ha ordinato alla Lego Spa di reintegrare immediatamente il lavoratore nel suo ruolo. Oltre a questo, l’azienda dovrà pagare gli stipendi arretrati dal 2 agosto 2022 al 14 ottobre 2024, con interessi e contributi previdenziali.
La società è stata condannata a versare 11.351 euro a titolo di risarcimento per danni non patrimoniali, riconoscendo il danno morale causato dalle vessazioni e dallo stress. Il ricorso, presentato dall’avvocato Maurizio Roat nel febbraio 2023, ha portato a questa sentenza che tutela non solo il lavoro, ma anche la dignità personale e professionale del dipendente.
Un caso che torna a far riflettere su mobbing, demansionamento e discriminazioni, ancora presenti in certi ambienti di lavoro nonostante le leggi. Il reintegro e il risarcimento sono un segnale forte a favore dei diritti dei lavoratori e del loro benessere.





