Quando la pandemia ha bussato alle porte del mondo, non ha distribuito le sue ferite in modo equo. Nei Paesi meno ricchi, i giovani hanno subito un contraccolpo ben più pesante rispetto ai loro coetanei dei Paesi più sviluppati. Non si tratta solo di malattia o ospedali affollati: la scuola che si è fermata, il lavoro che è svanito, e le condizioni sociali peggiorate hanno scavato un solco profondo. Una crisi che rischia di lasciare cicatrici dure da rimarginare, segnando un’intera generazione.
Scuola in crisi: quando studiare diventa un lusso
Nei Paesi meno sviluppati, le misure per fermare il virus hanno praticamente bloccato il sistema scolastico. Le scuole chiuse per mesi hanno interrotto bruscamente il percorso educativo di milioni di ragazzi. Senza la possibilità di seguire le lezioni in aula e con pochi strumenti digitali a disposizione, tanti sono rimasti tagliati fuori.
La mancanza di una rete di supporto solida ha fatto salire l’abbandono scolastico. Famiglie già in difficoltà economica si sono trovate a dover scegliere tra mandare i figli a scuola o coprire bisogni essenziali come cibo e cure mediche. Così, le disuguaglianze di partenza si sono fatte ancora più profonde, lasciando molti giovani senza possibilità di crescita.
In più, la scuola a distanza ha funzionato poco o nulla in molte aree. Mentre i Paesi più ricchi hanno investito in piattaforme online e formazione per gli insegnanti, in molte realtà questo salto non è avvenuto. Lo studio si è ridotto a qualche attività sporadica, spesso affidata alla famiglia, troppo poco per garantire un’istruzione di qualità.
Lavoro e speranze: i giovani a un bivio
Anche il mondo del lavoro ha subito un duro colpo. Nei Paesi emergenti, i giovani si sono trovati senza lavoro o con opportunità sempre più scarse. La pandemia ha fermato molte attività, sia formali che informali, e ha fatto crescere la disoccupazione.
I settori che tradizionalmente assorbivano molta manodopera giovanile, come l’agricoltura, il commercio e i servizi poco qualificati, si sono ridotti drasticamente. Molti sono stati spinti a cercare lavori irregolari, senza tutele e con salari bassissimi. In tanti hanno smesso di cercare un impiego stabile, dipendendo sempre di più da famiglie già alle prese con difficoltà economiche.
Non è solo una questione economica. La precarietà e l’incertezza hanno pesato anche sulla salute mentale dei giovani. Ansia, depressione e stress sono aumentati, ma spesso questi problemi vengono ignorati o sottovalutati nei sistemi sanitari locali.
Disuguaglianze e fragilità: i più vulnerabili in difficoltà
La pandemia ha fatto emergere con forza le disuguaglianze sociali, colpendo soprattutto i giovani più fragili. Tra loro, le ragazze, i giovani con disabilità e le minoranze etniche hanno subito gli effetti peggiori.
Per le ragazze e le giovani donne, la crisi ha significato più abbandoni scolastici e un aumento dei matrimoni precoci. La perdita di opportunità educative e di sostegno economico ha aperto la strada a rischi maggiori, come sfruttamento e violenza, che richiedono interventi urgenti e mirati.
I giovani con disabilità hanno risentito della chiusura dei centri di assistenza e delle difficoltà nell’accesso a scuola e servizi sociali. La mancanza di infrastrutture adeguate e programmi inclusivi li ha isolati ancora di più.
Le minoranze etniche, spesso già in condizioni di svantaggio, hanno visto aumentare povertà e discriminazioni, rendendo ancora più difficile l’accesso a istruzione, lavoro e protezione sociale.
Insomma, la pandemia ha eroso le basi per un futuro migliore per i giovani più vulnerabili, mettendo a rischio anni di progresso. Le strategie di ripresa dovranno tenere conto di queste differenze per non allargare ancora di più il divario tra Nord e Sud del mondo.