Il Consiglio degli Esteri dell’Unione Europea si è riunito a Lussemburgo, ma non ha trovato un’intesa sulla sospensione dell’Accordo di Associazione con Israele. Né si è parlato di bloccare collaborazioni specifiche, come il programma Horizon Europe, dedicato a ricerca e innovazione. A frenare la decisione sono stati soprattutto Italia e Germania, due Paesi che pesano molto nelle scelte europee. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha sottolineato un punto chiave: “sospendere l’accordo significherebbe colpire tutta la popolazione israeliana, mentre la strada giusta, secondo Roma, è quella di sanzioni mirate contro chi compie atti di violenza.”
L’Europa divisa sul rapporto con Israele
Durante il vertice a Lussemburgo, il confronto si è concentrato sulle misure da adottare per gestire le tensioni tra Israele e i territori palestinesi. Il ministro Tajani, arrivato in trasferta dopo il Salone del Mobile di Milano, ha detto chiaro e tondo che “non ci sono le condizioni politiche e numeriche per sospendere l’Accordo di Associazione.” Ha poi sottolineato come una sospensione danneggerebbe soprattutto la società israeliana nel suo complesso, senza però colpire efficacemente i gruppi violenti, in particolare i coloni. Dalla Germania, Johann Wadephul ha espresso una posizione simile: sospendere l’accordo è “inappropriato”, ma è necessario affrontare con Israele temi cruciali come il ritorno della pena di morte e la violenza dei coloni, ribadendo il rispetto del diritto internazionale e il divieto di annessioni in Cisgiordania.
Queste posizioni moderate si inseriscono in un quadro dove altri Paesi, come Ungheria, Austria, Repubblica Ceca e Bulgaria, si schierano apertamente per mantenere inalterati gli accordi con Israele. L’Ungheria, in particolare, resta fedele al premier Viktor Orbán, un convinto sostenitore dello Stato ebraico all’interno dell’UE. Nel frattempo però cresce il malumore in diversi governi europei che guardano con preoccupazione alle azioni di Israele e non escludono in futuro strumenti di pressione più decisi per mandare un segnale forte a Gerusalemme.
La Spagna e i movimenti pro-palestinesi spingono per una linea più dura
Tra i Paesi che spingono per una risposta più severa c’è la Spagna, guidata dal premier Pedro Sánchez. Madrid guida un fronte con Irlanda e Slovenia che chiede misure più forti contro Israele. La richiesta di sospendere l’Accordo di Associazione è sostenuta anche da una petizione popolare promossa dall’associazione “Justice for Palestine”, che ha raccolto oltre un milione di firme in pochi mesi. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha sottolineato l’urgenza di presentare un fronte europeo unito che faccia capire a Israele la necessità di cambiare strategia, lasciando da parte l’approccio militare verso i Paesi vicini.
Albares ha lasciato aperta la porta a misure alternative alla sospensione dell’accordo, ma ha chiarito che “restare fermi non è un’opzione per chi vuole davvero un cambiamento.” Questa spinta invita l’UE a riflettere su strumenti diversi, capaci di mantenere aperto il dialogo ma anche di far arrivare un messaggio politico chiaro.
Vertice europeo: scenari e nodi sui rapporti con Israele
Oltre a discutere delle tensioni tra Israele e i territori palestinesi, il Consiglio degli Esteri ha affrontato anche altre crisi internazionali che pesano sulla sicurezza globale. Nel mirino ci sono gli sviluppi della crisi tra Stati Uniti e Iran e la guerra tra Russia e Ucraina, a testimoniare quanto sia complessa la politica estera europea nel 2026.
Al termine del vertice, l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, tirerà le somme sulle decisioni prese e sulle strategie future. Il dibattito sulle relazioni con Israele resta aperto e complicato, in un momento in cui l’Europa cerca di trovare un equilibrio tra la fermezza contro comportamenti contestati a livello internazionale e la volontà di mantenere canali di dialogo e cooperazione. L’assenza di una svolta drastica sulla sospensione dell’accordo conferma questa linea prudente, che punta su sanzioni mirate e una gestione politica attenta, piuttosto che su rotture unilaterali con partner fondamentali.





