«Lo Stretto di Hormuz è la nostra arma nucleare». Parole pronunciate senza mezzi termini da Mohammad Mokhber, consigliere vicino alla guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei. Un messaggio che pesa come un macigno, nel cuore di una regione dove la tensione è tornata a crescere in modo preoccupante.
Questo passaggio marittimo, stretto e strategico, è la chiave di volta per il transito di circa il 20% del petrolio mondiale, ma non solo. Fertilizzanti e altre risorse vitali attraversano quelle acque, rendendo il controllo dello Stretto un’arma potente per chi lo detiene. L’Iran, con la sua posizione geografica, gioca una partita di potere globale, in cui ogni gesto può scatenare reazioni a catena. Intorno a questo nodo si intrecciano gli interessi di Stati Uniti, Israele e, naturalmente, lo stesso regime di Teheran. Uno scenario carico di tensione, dove il futuro dell’economia mondiale può oscillare con un solo comando.
Lo Stretto di Hormuz: la carta vincente dell’Iran e l’errore di Washington
Lo Stretto di Hormuz è un passaggio obbligato per una buona parte dell’export energetico mondiale, per questo è diventato un terreno di scontro geopolitico. Da tempo Teheran usa questa posizione come una leva negoziale che va ben oltre i confini regionali. Le parole di Mokhber lo confermano: controllare lo Stretto non significa solo mettere in difficoltà gli avversari, ma avere uno strumento capace di condizionare direttamente l’economia globale.
Sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno adottato una linea dura contro l’Iran. Spinti anche dal premier israeliano Netanyahu, hanno autorizzato attacchi militari contro obiettivi iraniani, soprattutto sul fronte nucleare. Però, non hanno messo in campo misure difensive sufficienti per neutralizzare la “minaccia” iraniana sullo Stretto. Oggi molti esperti giudicano questo un errore strategico: all’epoca si è sottovalutato il potere dell’Iran di bloccare le rotte marittime e le conseguenze che ciò avrebbe avuto.
Le recenti tensioni si inseriscono in un tentativo americano di mettere a punto un memorandum di pace in 14 punti, con l’obiettivo di una tregua in Medio Oriente. Marco Rubio, segretario di Stato Usa, da Roma si è detto fiducioso di un’intesa imminente, in attesa di una risposta da Teheran. L’Iran sembra aperto a una tregua temporanea di 30 giorni, una sorta di pausa prima delle trattative, ma il nodo resta centrale: non intende rinunciare né al programma nucleare né al controllo militare dello Stretto. Per Teheran è una linea rossa; cedere vorrebbe dire tornare a una posizione di debolezza totale.
Cresce l’escalation: petroliere colpite, blocchi navali e scontri diplomatici
Le ultime settimane hanno visto un netto peggioramento della situazione. Tra giovedì e venerdì tre cacciatorpediniere americani sono stati attaccati, con una risposta immediata degli Stati Uniti che hanno colpito installazioni militari nel sud dell’Iran. Anche il giorno dopo ci sono stati nuovi scontri. Trump ha cercato di sminuire chiamandoli “colpetti”, ma sul campo la situazione resta fragile, con un cessate il fuoco ancora incerto.
Un episodio significativo è stato l’intervento di caccia F/A-18 decollati dalla portaerei nucleare George H.W. Bush, che hanno fermato due petroliere iraniane, SeaStar III e Sevda. I velivoli hanno sparato contro i fumaioli delle navi mentre cercavano di rientrare in porto, apparentemente vuote, sfidando il blocco navale imposto dagli Usa. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando Centrale Usa , ha stimato che il blocco ha fermato circa 70 petroliere per un valore complessivo di 13 miliardi di dollari.
Nel frattempo, la difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti ha intercettato e abbattuto due missili balistici e tre droni iraniani, con tre feriti tra le forze locali. Teheran ha accusato Abu Dhabi di aver collaborato con Washington nell’attacco all’isola iraniana di Qeshm. Contemporaneamente, alcuni armatori degli Emirati hanno fatto passare navi con i transponder spenti per aggirare il blocco del traffico marittimo.
La mossa più delicata è arrivata dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione iraniani, che hanno sequestrato la petroliera Ocean Koi, di proprietà cinese. Questo gesto rischia di compromettere i rapporti con Pechino, partner strategico fondamentale per l’Iran, soprattutto sul piano economico e militare. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha lanciato un avvertimento netto: “Se gli Stati Uniti continueranno a creare problemi nello Stretto, la guerra potrebbe riprendere”. Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha criticato la politica americana, accusando Washington di preferire le azioni militari alla diplomazia ogni volta che si apre una possibilità di negoziato.
Il quadro che emerge è quello di una crisi dove le mosse sul terreno si intrecciano con la diplomazia, e dove ogni passo può scatenare conseguenze pesanti a livello regionale e globale. L’Iran mantiene una forte influenza sul commercio mondiale passando dallo Stretto, e la tensione non accenna a diminuire. Il 2024 si presenta così come un anno in cui la stabilità nel Golfo Persico resta appesa a un filo, tra minacce militari e tentativi di dialogo.





