“Non abbiamo mai visto nulla del genere”
Jean-Jacques Muyembe, virologo congolese che per primo identificò il virus Ebola, parla senza giri di parole. In tre mesi, oltre duemila persone sono morte nella Repubblica Democratica del Congo, travolte da un’epidemia che corre più veloce di ogni previsione. Dietro a questa escalation, un mix letale: ritardi nel riconoscere i malati, un sistema sanitario che scricchiola e, sullo sfondo, conflitti armati e miniere che trasformano il territorio in una trappola difficile da controllare. Nel frattempo, la scienza indaga la variante che sta circolando, mentre l’Europa rafforza le difese, pronta a evitare che il virus varchi i suoi confini.
Ritardi fatali: come il tempo perso ha spalancato le porte al virus
Muyembe non ha dubbi: il virus circolava già da gennaio, ma è stato identificato solo a maggio. Quel mese perso ha fatto la differenza, permettendo all’Ebola di insinuarsi in ogni angolo, dalle campagne alle città. Le zone colpite sono passate da tre a cinquantatré, le province coinvolte da tre a cinque, con Ituri in testa, una delle regioni più popolate. Qui, i conflitti armati impediscono agli operatori sanitari di intervenire e isolare i focolai. A peggiorare la situazione ci sono i continui spostamenti dei lavoratori delle miniere, che alimentano la diffusione. Insomma, il virus si è mosso veloce perché ha trovato un terreno difficile da controllare.
Sanità congolese sotto stress: tra tagli ai fondi e riorganizzazioni confuse
Un altro nodo cruciale, secondo il virologo, è il sistema sanitario. I programmi di sorveglianza hanno perso efficacia soprattutto dopo i tagli ai finanziamenti internazionali, come quelli di Usaid, ridotti all’inizio del 2024. Nel frattempo, la gestione dell’epidemia è passata all’Istituto nazionale di salute pubblica, nato nel 2022 ma ancora inesperto e in fase di rodaggio. Questa nuova struttura non ha ancora l’esperienza dell’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa e non è riuscita a coordinare una risposta tempestiva. Il risultato? Un sistema lento, che ha lasciato campo libero al virus nei mesi più critici.
Variante Bundibugyo: mutazioni che facilitano la trasmissione tra umani
Uno studio pubblicato in anteprima su Nature Medicine ha analizzato 22 genomi del virus Bundibugyo, la variante dietro all’attuale epidemia in Congo e Uganda. Sono state trovate 25 mutazioni particolari, di cui nove potrebbero aiutare il virus a diffondersi più facilmente tra le persone. Questo rende la situazione più complicata rispetto alle epidemie del 2007 e del 2012. Gli esperti stanno ancora cercando di capire se queste mutazioni rendano il virus più aggressivo o contagioso, ma intanto è chiaro che fermare questa variante sarà una sfida.
Numeri allarmanti: oltre 4.400 casi confermati, Ituri epicentro della crisi
Al 2024, il governo congolese conferma 4.449 casi di Ebola e 2.061 morti. Ituri resta il cuore dell’emergenza, con una diffusione che non accenna a rallentare. La mancanza di vaccini e cure specifiche per la variante Bundibugyo aggrava la situazione. Le sperimentazioni in corso in Canada e Regno Unito non hanno ancora prodotto risultati concreti. Senza terapie efficaci, le strategie di contenimento sono limitate, mentre le difficoltà logistiche e il contesto politico complicano ulteriormente gli interventi sul campo.
Europa sotto controllo, ma in Italia scattano le misure anti-Ebola
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie valuta basso il rischio di diffusione in Europa. Però invita i Paesi membri a essere pronti a individuare e isolare prontamente eventuali casi importati. In Italia, dal maggio 2024, chi arriva dalla Repubblica Democratica del Congo o dall’Uganda, o vi ha soggiornato nei 21 giorni precedenti, deve obbligatoriamente segnalarsi alla Asl entro 24 ore. L’obiettivo è monitorare attentamente ogni possibile caso ed evitare focolai sul territorio nazionale. Le autorità restano vigili e mantengono alta la guardia, anche se al momento non si registrano rischi immediati per la popolazione italiana.