Devastante alluvione tra Nepal e Tibet: 22 morti e quasi 400 dispersi dopo la frana provocata da terremoto 4.4

Un boato improvviso ha squarciato il silenzio della valle al confine tra Nepal e Tibet. In un attimo, una frana si è staccata dalla montagna, travolgendo villaggi interi e facendo straripare il fiume Bhote Koshi. La scena è apocalittica: case ridotte a macerie, strade cancellate, fango e detriti ovunque. Ventidue persone hanno perso la vita, ma il bilancio potrebbe aggravarsi: quasi 400 sono ancora disperse. Le operazioni di soccorso procedono a fatica, ostacolate dal terreno instabile e dalla furia degli elementi.

Terremoto e frana: come è scattata la tragedia

Tutto sembra essere iniziato con una scossa di magnitudo 4.4 vicino al confine himalayano tra Nepal e Tibet. Non una scossa fortissima, ma abbastanza per far crollare una massa di terreno su un versante montano. La frana ha bloccato il fiume Bhote Koshi, già gonfio per lo scioglimento delle nevi, che poi è esploso liberando un’ondata violenta verso valle.

Le prime ricostruzioni parlano di una catena di eventi rapidissima e tragica: la montagna ha ceduto, trascinando con sé alberi e rocce nel fiume. Questo ha rotto una sorta di diga naturale fatta di neve e detriti, causando l’alluvione nelle prime ore del 26 agosto 2026. La zona più colpita è il distretto di Rasuwa, a nord di Kathmandu, nodo cruciale tra Nepal e Cina, ora in stato di emergenza.

Villaggi spazzati via, danni gravissimi

La frana e l’alluvione hanno distrutto case e infrastrutture. Interi paesi sono scomparsi sotto fango e detriti. Grave anche il danno alla diga idroelettrica locale, vitale per la comunità e l’economia della regione, ora a rischio di ulteriori cedimenti. I soccorritori e i volontari sono sul posto, ma il terreno instabile e l’isolamento delle zone colpite rendono tutto molto complicato.

Il bilancio è pesantissimo. Tra le vittime confermate ci sono 22 persone, mentre i dispersi superano le 380. Tra loro, 91 nepalesi e 291 stranieri: 105 indiani, 12 britannici, 4 sudafricani, 17 malesi, 3 americani, 1 australiano e 1 olandese. La presenza così ampia di stranieri ha spinto i governi a coordinare aiuti internazionali e collaborazioni per le ricerche.

La risposta di Cina e Nepal all’emergenza

Il presidente cinese Xi Jinping ha subito ordinato di mettere in campo tutte le risorse per soccorrere le persone disperse. Squadre speciali e mezzi tecnici sono stati inviati nelle zone più difficili del Tibet, lavorando fianco a fianco con le autorità nepalesi sul lato opposto della frontiera.

Anche il Nepal ha attivato il ministero degli Esteri per monitorare e assistere cittadini locali e stranieri nelle aree colpite. L’Italia ha confermato che circa 90 connazionali si trovano in Nepal e Tibet; due di loro sono bloccati vicino alla frana ma stanno bene e sono assistiti da una guida. Le autorità italiane seguono la situazione giorno per giorno, invitando i viaggiatori a registrarsi sulle app ufficiali per la sicurezza.

Soccorsi in salita, la corsa contro il tempo

Le operazioni di soccorso procedono tra mille difficoltà. Il fango, i detriti e il rischio di nuove frane rallentano i soccorsi. Finora una dozzina di persone sono state salvate dalle macerie, ma i dispersi restano molti. Tra loro ci sono anche 13 agenti delle forze di polizia impegnati nel primo intervento. L’allerta resta alta nei distretti a valle, ancora minacciati dalle inondazioni.

Governi e organizzazioni internazionali stanno cercando di coordinare gli aiuti, ma la zona montuosa e il peggioramento del tempo complicano l’arrivo di mezzi e squadre. Il dramma coinvolge molte persone, tra cui numerosi stranieri in viaggio o al lavoro, attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo. Ci vorrà tempo e risorse per ricostruire, ma ora la priorità è salvare chi è rimasto intrappolato sotto fango e acqua.

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