La parola più bella del dizionario, così Donald Trump definiva i dazi quando li ha portati al centro della scena. Era il 2018, e da allora gli Stati Uniti non hanno smesso di confrontarsi con le conseguenze di quella scelta. L’obiettivo era chiaro: rilanciare l’industria manifatturiera americana e tagliare il deficit commerciale. Ma la realtà che ne è seguita ha mostrato un quadro più complicato, fatto di sentenze della Corte Suprema, proteste di imprese e consumatori, e dati economici spesso discordanti. Due anni e mezzo dopo, quel capitolo è tutt’altro che chiuso.
A febbraio 2026, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la legge che stava alla base dei dazi voluti da Trump. Questa sentenza ha costretto il governo a restituire circa 100 miliardi di dollari alle aziende americane colpite dalle tariffe. Un duro colpo, soprattutto perché i dazi erano stati presentati come una leva fondamentale per la ripresa economica.
Nonostante la bocciatura, l’amministrazione ha tentato di trovare altre basi legali per mantenere in piedi la politica tariffaria e riscrivere le regole del commercio internazionale a favore degli Stati Uniti. L’obiettivo è sempre lo stesso: proteggere l’industria americana da pratiche commerciali “sleali” e salvaguardare i posti di lavoro.
Il “Liberation Day” del 2 aprile 2025 è stato un momento simbolico: Trump ha ribadito il suo impegno per i dazi, definendoli una vera “liberazione economica”. L’ossessione per le tariffe ha segnato non solo la politica economica, ma anche quella estera, creando tensioni con partner storici e mettendo in discussione equilibri consolidati nel commercio globale.
Contrariamente all’ottimismo di Trump, a pagare il prezzo più alto sono stati i consumatori. All’inizio, molte aziende sono riuscite a tamponare l’impatto grazie a scorte accumulate, ma si è trattato solo di un rinvio.
Secondo studi recenti, come quelli di Goldman Sachs, oltre la metà del costo delle tariffe è finito direttamente nelle tasche dei consumatori sotto forma di prezzi più alti. Abbigliamento, elettronica, mobili e automobili sono solo alcuni dei settori più colpiti.
Douglas Irwin, esperto di politica commerciale, spiega che l’inflazione provocata dai dazi si vede subito sui beni di consumo ma si riflette anche a medio termine, con l’aumento del costo di materie prime e componenti. La Federal Reserve stima che ci vogliano circa sette mesi perché questo aumento si trasferisca completamente ai prezzi finali.
Il risultato è stato un calo netto della fiducia dei consumatori. Nel 2026, l’indice dell’Università del Michigan è sceso ai livelli più bassi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nonostante questo, il Pil non ha subito contraccolpi, sostenuto dagli investimenti in tecnologia e nuovi settori innovativi.
Nel primo trimestre del 2026, il Pil reale è cresciuto del 2,1%, spinto soprattutto dagli investimenti in intelligenza artificiale e infrastrutture digitali. Questo ha portato a un aumento della produttività e a nuovi record per Wall Street, con l’indice S&P 500 ai massimi storici.
Ma questa spinta non ha nulla a che vedere con i dazi. Come sottolinea Douglas Irwin, la crescita del settore tecnologico è frutto di un’ondata di investimenti senza precedenti, che procede indipendentemente dalla guerra commerciale.
Sul fronte del deficit commerciale, invece, i risultati sono modesti. Nei primi cinque mesi del 2026, il deficit si è ridotto solo del 10% rispetto all’anno precedente, restando vicino ai 298 miliardi di dollari. La produzione manifatturiera è cresciuta del 3,1%, ma l’occupazione nel settore è calata: a giugno 2026, i posti di lavoro erano 75.000 in meno rispetto a gennaio 2025. In parte, a pesare è stato il più rigido controllo sull’immigrazione, che ha limitato la disponibilità di manodopera.
Non tutti gli economisti vedono nero. Tra chi sostiene la politica dei dazi c’è Oren Cass, capo economista di American Compass, che invita a non giudicare i risultati solo guardando i numeri a breve termine. Secondo lui, il vero successo va misurato nella trasformazione strutturale dell’economia americana, un processo lungo e complesso.
Cass evidenzia segnali positivi, come la maggiore fiducia tra i produttori e l’aumento degli investimenti in nuovi impianti industriali. Per lui, questi segnali indicano un rafforzamento progressivo del settore manifatturiero, in linea con l’obiettivo dell’amministrazione Trump.
Al di là delle opinioni, però, tutti concordano su un punto: la politica dei dazi ha rotto con la lunga stagione della liberalizzazione commerciale. È un esperimento che potrebbe cambiare la direzione del commercio globale, un cambiamento che si era visto raramente negli ultimi ottant’anni.
Oltre agli effetti sui mercati, i dazi sono diventati uno strumento nelle trattative di politica estera ed economica. L’effetto intimidatorio delle tariffe ha spinto molti partner – dall’Europa al Giappone – a rivedere le loro politiche commerciali, aprendo a condizioni più favorevoli agli Stati Uniti.
Carlo Altomonte, docente di Economia alla Bocconi, parla di “chaos by design”: un caos voluto per spingere gli altri Paesi a trattare secondo le regole di Washington.
Le negoziazioni ora coinvolgono molto più dei dazi: si parla di energia, esportazioni di armamenti, investimenti e regolamentazione digitale. Trump vuole cambiare la globalizzazione come l’abbiamo conosciuta, puntando a recuperare autonomia produttiva e forza contrattuale.
Una strategia rischiosa, dal risultato incerto nel breve termine, ma che mira a riposizionare gli Stati Uniti in un mondo sempre più complesso e competitivo. Tra incertezze politiche e scenari economici globali, resta difficile dire oggi come finirà questa partita.
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