Negli storici studi di Cinecittà, mentre milioni di spettatori seguivano la diretta su Rai1, fuori il silenzio pesava più delle parole. Lì, un gruppo di lavoratori del cinema, mascherati e compatti, manifestava una protesta che raccontava la crisi profonda del settore, una crisi che rischia di spegnere una delle industrie culturali più importanti d’Italia. Dentro, invece, la 71ª edizione dei David di Donatello arrancava tra applausi incerti e momenti di stanchezza, con Flavio Insinna che faticava a tenere il ritmo e un pubblico spesso imbarazzato nel gestire il palco. Ma tra tensioni e difficoltà, un nome ha dominato la serata: “Le città di pianura” di Francesco Sossai, capace di strappare otto statuette e di confermarsi il film italiano più celebrato del momento.
Proteste davanti a Cinecittà: il disagio dei lavoratori del cinema
La serata non ha potuto ignorare il momento difficile che vive il cinema italiano. Prima ancora che la diretta iniziasse, all’ingresso di Cinecittà si è materializzata una protesta silenziosa ma visibile. Decine di lavoratori dello spettacolo, con maschere bianche sul volto, sono scesi in piazza per denunciare il loro ruolo spesso invisibile e l’incertezza che grava sul settore. Hanno gridato contro la precarietà, il blocco delle produzioni e la mancanza di fondi certi, mettendo in luce problemi strutturali che minano la sopravvivenza dell’intera filiera.
Questa protesta ha accompagnato tutta la serata, più volte richiamata da artisti e premiati sul palco. La festa del cinema italiano si è così intrecciata con un grido di allarme, con slogan come «Non c’è Italia senza cinema». Un richiamo forte, che ha tolto il velo al glamour della notte, mostrando la fragilità di un settore che regge una lunga catena produttiva fatta di professionisti spesso dimenticati.
Il contesto economico e sociale in cui operano registi, attori e tecnici è stato sotto gli occhi di tutti, trasformando quella che sarebbe stata una semplice celebrazione in uno specchio realistico delle difficoltà che affliggono il cinema italiano nel 2026. L’attenzione non si è concentrata solo sulla qualità artistica, ma anche sulla necessità di interventi concreti per salvaguardare un mestiere in crisi.
Una conduzione a tratti faticosa, tra battute e tempi dilatati
A guidare la serata è stato Flavio Insinna, affiancato da Bianca Balti, che però è rimasta un passo indietro, quasi nascosta. La conduzione ha alternato momenti più leggeri a fasi di evidente stanchezza, con un ritmo spesso spezzettato e tempi troppo lunghi. Insinna ha cercato di contenere i ringraziamenti interminabili dei vincitori con battute ricorrenti, tentando di imprimere un ritmo più serrato all’evento.
Non sono mancati però momenti di tensione. A volte l’energia del conduttore ha sovrastato quella dei premiati, mettendoli in difficoltà proprio nei momenti più emozionanti. Ci sono stati sprazzi di divertimento, come con i David Giovani o i siparietti con Nino Frassica, ma anche una certa pesantezza che ha reso la lunga serata faticosa per chi era in sala e per chi la seguiva da casa.
La lunghezza ha inevitabilmente causato cali di attenzione e il richiamo alla necessità di abbreviare i tempi è diventato un ritornello ripetuto più volte. Lo show si è chiuso oltre l’una di notte, con una stanchezza che si percepiva tanto nel pubblico quanto tra i protagonisti.
“Le città di pianura”: il grande trionfatore tra premi tecnici e artistici
“Le città di pianura” si è imposto come protagonista indiscusso della serata, portando a casa otto David di Donatello su sedici nomination. Il film di Francesco Sossai ha spazzato via la concorrenza, conquistando i premi più importanti: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale. Racconta la fuga notturna di due cinquantenni veneti, Carlobianchi e Doriano, tra campagna e ricordi, insieme al giovane Giulio, in un’atmosfera intensa e profonda.
Il film è stato anche selezionato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, a conferma del suo valore internazionale. Oltre ai premi principali, Sossai e il co-sceneggiatore Adriano Candiago hanno ritirato il David per il miglior casting, mentre Sergio Romano ha vinto come miglior attore protagonista, superando nomi di rilievo come Toni Servillo e Valerio Mastandrea.
Il film si è aggiudicato anche riconoscimenti per il montaggio, la miglior canzone originale “Ti” di Krano, e ha visto premiati i produttori Marta Donzelli e Gregorio Paonessa. Un successo che segna uno dei momenti più alti di un’uscita cinematografica capace di unire qualità artistica e racconto radicato nel territorio.
Nuove voci e sorprese tra gli attori premiati
Il palmarès degli interpreti ha portato alla ribalta volti nuovi e qualche sorpresa, con premi assegnati a chi fino a poco tempo fa era considerato outsider. Aurora Quattrocchi, a 83 anni, si è aggiudicata il David come miglior attrice protagonista per “Gioia mia”, con una prova intensa nel ruolo di Gela, zia burbera ma affettuosa. Ha superato concorrenti di peso come Valeria Golino e Sandra Bruni Tedeschi.
Margherita Spampinato ha vinto il premio per il miglior esordio alla regia, sempre con “Gioia mia”, segnando un esordio positivo tra i nuovi autori. Nei ruoli non protagonisti, hanno trionfato Matilda De Angelis per “Fuori” e Lino Musella per “Nonostante”, quest’ultimo confermandosi versatile e potente, come già dimostrato nella miniserie “Portobello” di Bellocchio.
Questi risultati mostrano un panorama attoriale vivace, dove giovani e meno noti sfidano i nomi storici, dando nuovo slancio al cinema italiano e aprendo strade diverse.
Altri film in luce e premi tecnici sotto i riflettori
Oltre al successo di “Le città di pianura”, altri titoli hanno raccolto diversi riconoscimenti, soprattutto in ambito tecnico. “Primavera” di Damiano Michieletto ha portato a casa quattro David, tra cui miglior compositore, costumi, trucco, acconciature e suono, sottolineando la cura per gli aspetti tecnici.
“Le assaggiatrici” di Silvio Soldini ha vinto tre premi, tra cui la miglior sceneggiatura non originale e il David Giovani, segno di apprezzamento sia dalla critica che dal pubblico giovane. “La città proibita” di Gabriele Mainetti ha ottenuto riconoscimenti per fotografia, scenografia ed effetti visivi, mettendo in luce l’amore per il cinema di genere.
Il David dello Spettatore è andato a “Buen camino” di Gennaro Nunziante, film campione d’incassi, anche se l’assenza di Checco Zalone ha fatto sì che il premio venisse ritirato dai produttori. Situazione simile per il miglior film internazionale, “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, rappresentato da delegati Warner Bros.
“La grazia” di Paolo Sorrentino ha registrato un risultato negativo difficile da ignorare, con zero premi nonostante 14 nomination. Anche “Duse” e “Fuori”, candidati in diverse categorie importanti, sono rimasti a mani vuote.
Omaggi e ospiti internazionali animano la serata
Tra i momenti più emozionanti, la consegna del David alla carriera a Gianni Amelio, premiato per il suo contributo al cinema italiano. Bruno Bozzetto, maestro dell’animazione, e Vittorio Storaro, leggendario direttore della fotografia e vincitore di tre Oscar, hanno ricevuto David speciali, a sottolineare il peso delle figure storiche del settore.
L’attore americano Matthew Modine, ospite internazionale di rilievo, ha partecipato alla consegna di alcuni premi, conferendo un respiro globale alla manifestazione. La serata è stata animata da performance musicali di Annalisa, Arisa, Tommaso Paradiso e dal toccante “In Memoriam” di Francesca Michielin sulle note di “Nessun grado di separazione”.
Questi momenti hanno spezzato la tensione, alternando leggerezza a spunti più impegnati, con richiami sociali lanciati direttamente dal palco.
Numeri e riflessioni: un cinema italiano tra talento e sfide
La serata ha confermato il dominio de “Le città di pianura” con 8 David, seguita da “Primavera” con 4, “Le assaggiatrici” e “La città proibita” con 3 premi ciascuno, “Gioia mia” con 2, e altri film premiati con riconoscimenti singoli.
Il quadro che emerge è quello di un cinema italiano ricco di opere forti e innovative ma che si confronta con una realtà produttiva fragile. Gli appelli ripetuti di artisti e tecnici sottolineano un’urgenza condivisa: serve sostenere l’industria con misure concrete per garantirne la sopravvivenza e la competitività.
Il 2026 si apre così con una riflessione necessaria sul rilancio del settore, partendo dal riconoscimento e dal sostegno a chi lavora ogni giorno dietro e davanti alla macchina da presa, portando avanti un patrimonio culturale prezioso che rischia di andare perduto.





