«Una casa non dovrebbe mangiarsi metà dello stipendio». Lo ripetono associazioni di inquilini ed europarlamentari di The Left, che lanciano un appello urgente: i prezzi delle abitazioni sono schizzati così in alto che persino le soluzioni sociali, spesso, non bastano più. Dietro l’etichetta di “alloggio sociale”, infatti, si celano spesso case lontane dall’idea di un rifugio dignitoso per chi ha meno. Non serve solo abbassare un po’ i prezzi, ma fissare regole chiare, che legano il costo della casa al reddito reale di chi la abita. Perché, di fatto, oggi molte di queste “case accessibili” restano un miraggio per migliaia di famiglie.
L’accesso alla casa è diventato un terreno di scontro acceso nelle politiche europee e nazionali. Discutere se un appartamento costi “qualche punto in meno del mercato” ormai non basta più, specialmente nelle grandi città dove un affitto può mangiarsi una fetta enorme del reddito familiare. Per questo associazioni di inquilini e un gruppo di eurodeputati hanno lanciato un appello: l’Unione Europea deve fissare un limite preciso, stabilendo che solo gli alloggi che non superano una certa percentuale del reddito possono essere considerati davvero accessibili.
Benedetta Scuderi, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra , mette in chiaro il problema con un esempio: «Se dico che una casa è accessibile solo perché costa poco meno del prezzo di mercato, magari solo il 5% in meno, la casa resta comunque un lusso fuori dalla portata di chi ne ha bisogno». Il rischio è che i soldi pubblici finiscano per finanziare progetti immobiliari che fanno guadagnare tanto i grandi investitori, senza garantire un tetto concreto alla spesa abitativa di chi è in difficoltà.
L’appello parte da un dato di fatto: non basta ridurre un po’ il prezzo iniziale, serve un tetto chiaro e vincolante legato al reddito, così che la casa diventi un punto fermo e non un favore o un terreno di speculazione.
A dicembre 2025 la Commissione europea ha lanciato il Piano europeo per l’edilizia accessibile, con l’obiettivo di aumentare gli alloggi sociali attraverso investimenti pubblici e privati, riforme urbanistiche e maggiori tutele per chi è più vulnerabile. Il programma punta a snellire la burocrazia, rivedere le regole sugli aiuti di Stato, creare una piattaforma con la Banca europea per gli investimenti e limitare l’aumento degli affitti brevi turistici.
Dopo la risoluzione del Parlamento europeo di marzo 2026, che propone incentivi fiscali per le famiglie a basso e medio reddito, limiti ai tempi per le autorizzazioni edilizie e tutele contro gli affitti troppo alti, la questione torna sotto i riflettori.
Ma proprio l’enfasi sulla semplificazione e sull’ingresso di capitali privati mette in allarme chi difende il diritto alla casa. Scuderi avverte: «Se lasciamo che l’accessibilità sia decisa solo dal mercato, senza un vero limite sulla spesa delle famiglie, rischiamo di costruire case “accessibili” che però costano più del 30% del reddito di chi le abita».
Un allarme che punta dritto al rischio di alimentare speculazioni anziché favorire l’inclusione sociale.
L’Italia, secondo Avs, è un caso emblematico di una situazione che rischia di peggiorare. I fondi pubblici, compresi quelli del Pnrr, sono stati spesi per costruire studentati di lusso, fuori dalla portata della maggior parte degli studenti. Un esempio chiaro delle storture esistenti tra investimenti e risultati reali per chi ha bisogno di casa.
Il timore si ripete con il Piano casa del governo Meloni, che punta a facilitare gli investimenti dei fondi immobiliari nelle città, semplificando le procedure e attirando capitali pubblici. Scuderi denuncia il rischio di un meccanismo che non garantisce l’effettiva accessibilità degli alloggi prodotti.
Secondo gli oppositori, così si rischia di trasformare le risorse pubbliche in carburante per la speculazione immobiliare, senza risolvere il problema della scarsità di case per chi non può permettersi il mercato privato.
Angelo Bonelli ha criticato i fondi stanziati per il recupero degli alloggi popolari: la cifra per metro quadrato è troppo bassa rispetto ai costi reali di ristrutturazione, senza contare l’assenza di interventi per l’efficientamento energetico. Dietro questi numeri, denuncia, si nasconde una strategia che toglie risorse ai più fragili per apparire efficace agli occhi dell’opinione pubblica.
Durante un incontro alla Camera, Ilaria Salis di Avs ha ribadito che la crisi abitativa in Italia e in Europa non è un destino inevitabile, ma il frutto di scelte politiche precise. L’aumento delle spese militari sottrae risorse fondamentali a welfare, sanità e politiche sociali, casa compresa.
Per Salis, la casa è la base di tutti gli altri diritti: senza una garanzia abitativa solida, tutto il resto perde significato. Serve quindi un cambio di priorità negli investimenti pubblici.
Sulla risoluzione europea, l’eurodeputata avverte che, nonostante le promesse, essa finisce per favorire costruttori e speculatori, non chi ha davvero bisogno di un’abitazione dignitosa.
Le richieste dell’appello sono chiare: investimenti massicci nelle case popolari, un tetto ai prezzi degli affitti privati, limiti severi agli affitti brevi turistici. E ancora, recupero degli immobili sfitti, riqualificazione energetica diffusa e la partecipazione di sindacati e organizzazioni di residenti alle decisioni.
L’appello per il diritto alla casa ha aperto la raccolta firme con scadenza il 30 luglio 2026. Ha già raccolto il sostegno di molte organizzazioni sociali, movimenti per l’abitare e parlamentari europei.
Il 30 luglio è prevista una grande assemblea con delegati da diversi Paesi europei impegnati nella battaglia per la casa. L’obiettivo è unire forze e idee per presentare una richiesta forte al commissario europeo per l’Energia e la Casa, Dan Jørgensen.
L’intento è portare queste proposte negli organismi di Bruxelles, con una pressione che spinga la Commissione a introdurre criteri economici chiari e a cambiare davvero passo nelle politiche abitative europee.
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