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Apex su Netflix: Charlize Theron e Taron Egerton in un thriller d’azione mozzafiato tra rocce e sopravvivenza

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Redazione

Nel cuore dell’Australia selvaggia, una caccia all’uomo senza pietà prende vita. Charlize Theron e Taron Egerton si trovano faccia a faccia, ma non è un semplice scontro: è una lotta per la sopravvivenza che ti tiene incollato allo schermo. Apex non lascia respiro, alternando paesaggi mozzafiato a momenti di pura tensione. Non è solo un thriller d’azione, ma un racconto di contrasti profondi, dove la mente della protagonista diventa un campo di battaglia. Qui, ogni scelta pesa, ogni respiro conta.

Sasha e la tragedia che cambia tutto

La trama parte dal rapporto intenso tra Sasha e Tommy , esperto scalatore che le trasmette passione e competenze. Sasha però è testarda, quasi sfida il pericolo per scalare una montagna difficile. È proprio questa determinazione a portare al disastro che segna l’inizio della sua trasformazione. La tragedia non è solo un evento: diventa il punto di svolta che la segna nel profondo, con dolore e rimorsi che la accompagnano come un’ombra. Sasha appare subito come una donna in cerca di qualcosa, che si butta nell’avventura per colmare un vuoto dentro di sé, spingendosi oltre i limiti per cercare di cancellare ciò che è successo.

Il regista Baltasar Kormákur costruisce con cura questo ritratto emotivo: Sasha è decisa ma fragile, dietro la facciata di indipendenza e adrenalina. La tragedia la spinge in un mondo di sfide estreme e incontri imprevedibili, e da questo scontro con se stessa nasce la tensione che non molla mai lo spettatore.

La natura selvaggia, prigione e teatro della fuga

Quando Sasha si avventura da sola nella natura australiana, il film si immerge in un paesaggio tanto affascinante quanto spietato. Flora e fauna diventano parte della storia, un ambiente che amplifica il senso di isolamento e pericolo. La natura non è solo sfondo: è un personaggio vero, presente in ogni scena e fonte di insidie sempre nuove.

Qui Sasha incontra Ben , un cacciatore che nasconde un lato oscuro. Ben passa da compagno di viaggio a predatore spietato, scandendo il ritmo del film. La loro lotta si snoda tra fiumi impetuosi, pareti rocciose e grotte oscure, creando momenti di grande tensione. La natura rende ogni inseguimento più autentico, con riprese che mostrano la vastità e la durezza del territorio.

Kormákur mette in scena un duello fisico e psicologico. La natura selvaggia diventa prigione e rifugio, costringendo Sasha a fare affidamento solo su se stessa e sul suo istinto di sopravvivenza che cresce sempre più.

Ben: l’ambiguità inquietante di Taron Egerton

Ben, interpretato da Taron Egerton, è legato a Sasha da una tensione sottile che si trasforma presto in minaccia. All’inizio sembra un alleato, gentile e protettivo, pronto a difenderla e a condividere con lei una filosofia di vita legata alla natura. In quei primi momenti si intravede un legame fatto di codici non detti e rituali di chi affronta la natura a viso aperto.

Ma in una sola scena, Ben cambia volto. La sua gentilezza lascia spazio a un comportamento inquietante e violento. Emergono tratti psicopatici che lo trasformano in un nemico implacabile. Egerton rende questa trasformazione credibile, carica di tensione, dando vita a un antagonista complesso e tormentato.

La rapidità con cui Ben si rivela rende ancora più inquietante il personaggio. Il regista mette in mostra non solo il conflitto esterno, ma anche una lotta interna, una malvagità che sembra consumarlo dall’interno. Questa doppia natura tiene alta la suspense e rende lo scontro più profondo di quanto sembri.

Un passato oscuro e dettagli inquietanti

Il passato di Ben resta un mistero. Il film accenna appena a una sofferenza profonda, suggerita in un breve scambio con Sasha, ma non entra mai nel dettaglio delle cause del suo comportamento brutale. Questa scelta lascia il personaggio un po’ incompleto, rendendo più difficile capire le sue motivazioni.

C’è però un dettaglio macabro e curioso: Ben produce e vende carne essiccata che chiama “di sua madre”. Sasha la mangia, forse attratta dall’idea di un tributo affettuoso. Il particolare è volutamente inquietante, forse un tocco di black humor che getta un’ombra sul personaggio. Questo strano rituale aggiunge spessore, suggerendo legami psicologici profondi e disturbanti, senza però mai chiarirli del tutto.

La mancanza di un passato chiaro rende meno efficace il confronto finale, ma la sceneggiatura preferisce concentrarsi su ciò che succede ora, puntando tutto sulla tensione e l’immediatezza dello scontro.

Ritmo serrato e azione, ma qualche forzatura

Apex mantiene un ritmo serrato, senza pause inutili o rallentamenti. Gli eventi si susseguono senza mai far calare la tensione, tenendo lo spettatore incollato allo schermo. La regia di Kormákur punta a un’esperienza visiva intensa, con scene che costruiscono un’atmosfera claustrofobica e pericolosa.

Qualche scelta però stona. In particolare, la scalata estrema di Sasha a mani nude, senza alcuna attrezzatura, per salvarsi, sembra troppo eroica e poco credibile. Questa scena, cruciale per il finale, abbassa un po’ la plausibilità e si discosta dal tono altrimenti realistico del film.

Nonostante queste pecche, Apex tiene bene il pubblico. La dinamica tra i protagonisti e il loro scontro emotivo danno vita a un prodotto piacevole, veloce e pieno di tensione. Il film dura poco più di un’ora e mezza, senza inutili allungamenti, ma senza lasciare un segno profondo nella riflessione, puntando tutto sull’intrattenimento.

L’opera di Baltasar Kormákur è una corsa adrenalinica tra tensione e sopravvivenza, che mette in mostra la forza dei suoi protagonisti senza però raggiungere la complessità che il genere avrebbe potuto offrire.

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