Trump e il muro al confine con il Messico: verità, numeri record e stato dei lavori del maxi-progetto

A luglio 2025, la Border Patrol non ha rilasciato neanche un migrante fermato: un dato che non si vedeva dagli anni Settanta. È una svolta radicale, figlia di una strategia dura e di un’impennata nelle risorse messe in campo. Il confine tra Stati Uniti e Messico, da sempre terreno di scontro politico e sociale, è cambiato in modo drastico. Gli attraversamenti irregolari sono crollati: oggi si contano poco più di 300 arresti al giorno, contro le migliaia di qualche tempo fa. Dietro queste cifre ci sono nuove leggi, ordini presidenziali fortemente dibattuti e una visione della sicurezza nazionale che ha trasformato il ruolo della Border Patrol.

Soldi e poteri speciali per blindare il confine

Il rafforzamento della sicurezza al confine è passato per una gestione senza precedenti dei fondi pubblici e per un uso deciso dei poteri presidenziali. Il 4 luglio 2025, con la firma della cosiddetta One Big Beautiful Bill, sono stati stanziati 191 miliardi di dollari per il Dipartimento della Sicurezza Interna, di cui circa un terzo destinato al controllo delle frontiere. Questi fondi hanno permesso di potenziare la Border Patrol e di ampliare le infrastrutture per la sorveglianza. Nel frattempo, Trump ha firmato ordini esecutivi che hanno rivoluzionato il sistema di controllo al confine. Lo stato di emergenza nazionale, dichiarato fin dal primo giorno del secondo mandato, ha dato il via libera al richiamo in servizio di riservisti e militari a supporto delle forze di frontiera, creando la Joint Task Force–Southern Border. Solo nel primo anno, più di 20 mila militari di varie branche sono stati schierati per queste operazioni. Questa militarizzazione ha trasformato il confine in un vero e proprio fronte di difesa nazionale, cambiando anche il trattamento riservato ai migranti fermati.

Migranti: niente più rilascio, solo detenzione e restrizioni sull’asilo

Un altro punto chiave della nuova politica riguarda la gestione dei migranti arrestati alla frontiera. Il rilascio in attesa del processo è stato abolito: ora chi viene fermato resta obbligatoriamente nei centri di detenzione. Molti, pur di evitare queste condizioni, rinunciano a chiedere l’ingresso e tornano in Messico o nel loro Paese d’origine. La situazione è peggiorata con la sentenza della Corte Suprema di giugno 2025, che ha ampliato la lista di chi non può neppure avviare la richiesta d’asilo. Con sei voti su nove, la Corte ha ristretto pesantemente le tutele per chi fugge da persecuzioni o minacce, bloccando molte richieste legittime. Diverse organizzazioni umanitarie denunciano questa svolta come un passo indietro rispetto alle leggi americane e agli accordi internazionali sui rifugiati, sottolineando come di fatto si respingano persone che avrebbero diritto a protezione.

Messico, alleato stretto nella lotta ai flussi migratori

Spesso si dimentica il ruolo centrale del Messico in questa partita. Fin dal primo mandato Trump, il governo di Città del Messico ha accettato di rafforzare i controlli sul suo territorio sotto la forte pressione americana, minacciata anche da dazi doganali. Programmi come “Remain in Mexico” hanno costretto molti richiedenti asilo ad aspettare in Messico l’esito delle loro richieste negli Stati Uniti. Nonostante il cambio alla Casa Bianca, questa linea non è mai stata abbandonata del tutto. Nel 2024, di fronte a un aumento record degli attraversamenti, Washington ha spinto il Messico a intensificare pattugliamenti e rimpatri. La nuova presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha rafforzato la Guardia Nacional lungo il confine e ha accettato di accogliere migliaia di migranti respinti dagli Stati Uniti, sia messicani che di altre nazionalità. Questa collaborazione ha contribuito a ridurre gli ingressi irregolari.

Il muro: simbolo di sicurezza o soluzione a metà?

Il muro al confine resta il simbolo più visibile della politica di sicurezza. Nato nella prima presidenza Trump, il progetto è ripartito con forza nel secondo mandato. Sono stati installati circa 737 chilometri di barriere, in gran parte sostituendo strutture già esistenti. Ma il “border wall system” non è solo un muro: include strade per pattugliamenti, telecamere, sensori e altre tecnologie di sorveglianza. L’idea è rallentare chi tenta di passare, permettendo un intervento più efficace delle forze di polizia. Si sa però che una barriera non basta a bloccare tutti gli ingressi. Nonostante i fondi federali abbiano eliminato gli ostacoli economici, il muro resta al centro di forti polemiche legali e ambientali. Proprietari terrieri, comunità native e ambientalisti si oppongono ai lavori in zone delicate come il Big Bend National Park o le riserve degli indigeni Tohono O’odham, denunciando violazioni di diritti e danni all’ambiente.

Dietro i numeri: il confine non è mai stato “aperto” come si dice

Va ricordato che, quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, gli ingressi illegali erano già calati molto, grazie alle politiche della precedente amministrazione Biden. Dopo il picco di quasi 250 mila ingressi a dicembre 2023, un anno dopo si era scesi a 47 mila, e al momento dell’insediamento di Trump si registravano circa 29 mila. Contrariamente alle accuse di una frontiera “aperta”, il controllo era già piuttosto stretto. La novità della nuova amministrazione è stata una svolta verso un controllo militarizzato, che ha accentuato l’approccio emergenziale e di sicurezza nazionale. Così l’immigrazione irregolare è stata trattata non più solo come un problema amministrativo, ma come una questione di difesa dello Stato, con un impiego massiccio di risorse e strategie che hanno cambiato profondamente il volto del confine sud.

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