Hantavirus: cosa sappiamo davvero dopo 30 anni di ricerche e quali sono le difese efficaci oggi

Era il 2023 quando la nave MV Hondius ha riportato l’hantavirus sotto i riflettori. Un virus raro, certo, ma capace di emergere in uno spazio chiuso come una nave in viaggio, con passeggeri poi sparsi in varie nazioni. Questo episodio ha fatto scattare domande urgenti: quanto conosciamo davvero questo microrganismo? Esiste un modo per prevenirlo o un vaccino affidabile? Negli ultimi trent’anni la ricerca ha fatto passi avanti, ma soprattutto per il virus Andes, coinvolto in questo caso, restano molte incognite. La battaglia contro l’hantavirus** è tutt’altro che conclusa.

Hantavirus: come si trasmette e perché fa paura

Gli hantavirus sono virus a RNA, come il coronavirus o l’Ebola, ma non vanno messi tutti nello stesso calderone. A differenza del Covid-19, non si trasmettono facilmente da persona a persona. Il contagio avviene soprattutto a contatto con roditori infetti o con ambienti contaminati dai loro escrementi. Questo riduce il rischio di una diffusione pandemica.

Dentro questa famiglia di virus, però, ci sono differenze importanti. In Europa e Asia, gli hantavirus causano soprattutto problemi renali con sindromi emorragiche; nelle Americhe, invece, come nel caso del virus Andes, provocano gravi sindromi respiratorie, rapide e spesso letali. Il virus Andes è anche l’unico con casi documentati di trasmissione tra persone, ma solo in situazioni di stretto contatto.

Trent’anni di studio e i limiti nella corsa al vaccino

Gli hantavirus sono sotto la lente degli scienziati da quasi tre decenni. Già nei primi anni 2000 si parlava di tentativi di sviluppare un vaccino, ma nel 2009 una revisione scientifica sottolineava come la strada fosse ancora tutta in salita. Non esistono terapie antivirali specifiche né vaccini approvati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si sapeva che il contagio avveniva per via aerea attraverso aerosol contaminati da escrementi di roditori e che c’erano oltre 20 ceppi, responsabili di due sindromi principali: la febbre emorragica con sindrome renale e la sindrome polmonare da hantavirus.

Il virus è diffuso in tutto il mondo e la comunità scientifica ha cercato di mettere a punto vaccini sicuri ed efficaci. Ma la bassa incidenza negli esseri umani e la complessità biologica hanno rallentato i trial clinici necessari, facendo slittare ancora l’arrivo di una soluzione.

Vaccini in prova, ma per ora senza approvazione

Nonostante tutto, negli ultimi anni ci sono stati segnali incoraggianti. Nel 2024, su Nature è stato pubblicato uno studio di fase 1 su un vaccino a DNA contro due ceppi europei, Hantaan e Puumala. Questo vaccino non contiene il virus intero, ma solo una sequenza genetica che stimola il sistema immunitario a riconoscere una proteina virale. I risultati? Sicurezza buona e produzione di anticorpi neutralizzanti in molti partecipanti.

Però, per i virus delle Americhe, compreso l’Andes, non c’è ancora nulla di approvato. Jay Hooper, virologo americano, spiega che la scarsa trasmissione per via aerea e il numero limitato di casi hanno fatto sì che questa minaccia non fosse una priorità alta. Bryce Warner, esperto canadese, aggiunge che il numero ridotto di pazienti rende difficile fare studi clinici su larga scala.

Le difficoltà concrete dietro un vaccino efficace

Il vaccino a DNA contro l’Andes virus, per esempio, non protegge con una sola dose: servono almeno tre somministrazioni per ottenere una risposta immunitaria adeguata. E portare un vaccino dalla fase 1 all’approvazione richiede anni, un tempo che si allunga ancora di più quando si parla di una malattia rara, con pochi casi e risorse limitate.

Insomma, quello che c’è oggi è più una base promettente che una soluzione pronta all’uso. Serviranno altri studi, più ampi e magari un coordinamento internazionale, prima di poter contare su un vaccino approvato.

Oltre i vaccini: terapie e anticorpi in attesa

Al momento, non esistono cure specifiche contro gli hantavirus. La terapia si limita a un supporto clinico attento: monitorare il paziente, gestire le complicazioni respiratorie e renali, e intervenire con terapie intensive nei casi più gravi. Nel frattempo, alcuni ricercatori stanno provando a usare farmaci già disponibili, come il favipiravir, per valutarne l’efficacia contro questi virus. È una strategia che punta a ridurre i tempi rispetto allo sviluppo di nuovi farmaci.

Un’altra strada è quella degli anticorpi monoclonali, anticorpi prodotti in laboratorio capaci di bloccare il virus. Alcuni di questi sono stati isolati da pazienti guariti e hanno dato risultati promettenti nei test su animali. Potrebbero servire sia per prevenire l’infezione in chi è esposto, sia per curare i casi iniziali. Ma finché non ci saranno studi clinici più ampi, restano un’opzione ancora lontana dalla pratica comune.

La ricerca sugli hantavirus va avanti su più fronti, ma per ora nessuna soluzione è pronta per essere usata su larga scala. Il virus resta un pericolo raro, ma concreto, soprattutto in certe aree e contesti ben precisi.

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