Fumogeni rosa si alzano davanti al padiglione russo della Biennale di Venezia, mentre due gruppi di attiviste gridano contro Vladimir Putin. Le Pussy Riot, riconoscibili dai loro passamontagna, si sono unite alle Femen, sventolando bandiere ucraine e lanciando slogan decisi. È stato un momento breve, ma carico di tensione, interrotto dall’arrivo della polizia. In mezzo alla cornice scintillante della Biennale, la protesta ha lasciato un segno netto, riflettendo il clima acceso che attraversa il mondo oggi.
Pussy Riot e Femen: una protesta studiata nel cuore della Biennale
Le Pussy Riot sono un collettivo punk rock russo diventato famoso in tutto il mondo per le loro proteste contro il governo di Putin e per la difesa dei diritti civili in Russia. Nel 2012, la loro performance non autorizzata nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, finita con arresti e pesanti accuse, aveva già fatto scalpore. La loro protesta mescola arte, musica e attivismo in modi non convenzionali.
Quest’anno, alla Biennale di Venezia, hanno scelto proprio il padiglione russo come palcoscenico per far sentire la loro voce, indossando il caratteristico passamontagna rosa. Si sono poi unite alle Femen, gruppo femminista ucraino nato nel 2008 a Kiev, noto per le sue azioni forti e spesso provocatorie in spazi pubblici.
Le Femen sono tra le voci più critiche verso la politica russa, soprattutto riguardo alla guerra in Ucraina. Insieme, hanno usato la visibilità della Biennale per portare all’attenzione internazionale le loro richieste, con bandiere ucraine e fumogeni colorati, creando un’atmosfera carica di significato simbolico.
Blitz e intervento della polizia: la protesta in pochi minuti
In un clima già fragile, i gruppi hanno puntato su una mossa a sorpresa. Avevano fissato un primo incontro in un’altra zona di Venezia, ma non si sono presentate, scegliendo invece di scattare davanti al padiglione russo.
L’azione è durata pochi minuti: fumogeni accesi, slogan gridati con forza e le bandiere ucraine ben in vista. La polizia è arrivata subito, fermando la protesta prima che potesse degenerare o prolungarsi. Le forze dell’ordine hanno garantito così il normale svolgimento della Biennale e la sicurezza dei visitatori, contenendo rapidamente l’intervento.
Dietro questa azione c’è una strategia ben pensata, che sfrutta il richiamo mondiale dell’arte per mettere sotto i riflettori temi politici e sociali urgenti. A Venezia si incrociano così spazi culturali con proteste che portano sul palco questioni ben più ampie.
La risposta di Mosca: l’ambasciatore russo accusa l’Europa
Lo stesso giorno della protesta, mercoledì 6 maggio 2026, Sergey Paramonov, ambasciatore russo in Italia, ha inaugurato il padiglione russo alla Biennale. Nel suo discorso e in un post su Facebook ha attaccato duramente l’Unione Europea, accusandola di un’«ossessione morbosa e irrazionale» nel tentativo di colpire la cultura russa con sanzioni e restrizioni.
Paramonov ha definito «deplorevole» la posizione dell’Italia e degli organizzatori della Biennale, denunciando pressioni «inaccettabili e brutali» da Bruxelles. Ha parlato di una nuova “cortina di ferro” culturale, sostenendo che si voglia bloccare il dialogo tra Russia e Europa.
Queste parole raccontano le tensioni che si trascinano da anni nel mondo culturale e diplomatico, dove lo scontro si sposta dalla politica e dalla guerra anche al terreno simbolico dell’arte. L’inaugurazione e le critiche dell’ambasciatore mostrano la volontà di Mosca di non lasciare soli i propri artisti, nonostante le sanzioni e le divisioni politiche.
Biennale e geopolitica: quando l’arte diventa campo di battaglia
La Biennale di Venezia, uno degli appuntamenti più importanti per l’arte visiva internazionale, si trasforma oggi in un palcoscenico dove si riflettono le tensioni tra Est e Ovest. Le proteste di Pussy Riot e Femen, insieme alle critiche mosse da Mosca, mostrano come la cultura possa diventare uno strumento e un terreno di scontro simbolico tra Russia e Occidente.
Le azioni artistiche si fanno così momenti carichi di significato politico. Fumogeni, colori, slogan e simboli servono a lanciare un messaggio forte, amplificato dalla copertura mediatica che accompagna la Biennale.
Per il pubblico e gli appassionati d’arte, questi episodi pongono interrogativi sul ruolo della cultura in un periodo di tensioni internazionali senza precedenti. Il confronto diretto tra posizioni diverse si intreccia con la necessità di mantenere spazi di dialogo, facendo della Biennale uno specchio fedele delle contraddizioni del nostro tempo.





