Elior Francia sotto accusa: «Togli l’hijab entro 8 giorni o sei licenziata», scandalo discriminazione sul lavoro

Nel cuore della Francia, Elior – colosso del catering – ha messo in subbuglio il dibattito sull’inclusione. Solo fino a poco fa, le sue campagne celebravano donne velate, simbolo di empowerment femminile. Poi, all’inizio del 2026, la svolta: molte dipendenti musulmane hanno ricevuto un ultimatum chiaro e netto: via l’hijab o si rischia il licenziamento per “grave cattiva condotta”. La decisione ha acceso un vespaio di polemiche, con accuse di discriminazione e una feroce contestazione dei diritti sul posto di lavoro.

L’inchiesta smaschera il dietro le quinte di Elior

A raccontare la vicenda è un’inchiesta di Mediapart, noto sito francese di giornalismo investigativo. Le dipendenti coinvolte hanno descritto convocazioni improvvise negli uffici del personale, con un clima surreale. Improvvisamente hanno ricevuto lettere ufficiali che vietavano qualsiasi simbolo religioso visibile durante l’orario di lavoro. La scelta era chiara: o togliere il velo o affrontare il licenziamento, definito come “grave cattiva condotta”.

Un colpo di scena, se si pensa che proprio Elior aveva fatto largo uso di immagini di donne velate nelle sue campagne, soprattutto nei programmi per valorizzare il talento femminile. Per molte lavoratrici, questo cambio drastico è sembrato più un ricatto che una semplice revisione delle regole interne.

Le storie dietro l’ultimatum

Tra le testimonianze spicca quella di Aisata, dipendente da tempo, che parla di una fila di colleghe “velate” davanti all’ufficio del responsabile. Con il volto segnato dall’ansia, racconta di una convocazione secca, in cui è stato chiesto di togliere l’hijab entro otto giorni, pena il licenziamento. “Sono stata assunta con il velo, ora ci dicono di toglierlo o restiamo senza lavoro”, spiega. Il colloquio è stato freddo, formale, e la decisione sembrava già scritta prima di iniziare.

Turkan, un’altra lavoratrice, denuncia l’incoerenza di Elior: da un lato le immagini promozionali che celebrano le donne velate, dall’altro il divieto imposto sul posto di lavoro. Quelle campagne, parte del programma “Talenti femminili”, si sono rivelate solo parole vuote davanti al diktat di togliere il velo.

Elior: “Solo una questione di regolamenti”

L’azienda si difende parlando di “provvedimenti individuali” rivolti solo a chi non ha rispettato le regole. Sostiene che la nuova politica rientra in un progetto più ampio di “standardizzazione” dei regolamenti, soprattutto nei siti collegati a enti pubblici come scuole e ospedali. Ma la tempistica è sospetta: il regolamento è stato modificato il 2 aprile 2026, proprio poco prima di avviare le procedure di licenziamento.

La clausola che impone il “principio di neutralità” è stata inserita di fretta, come a chiudere un buco normativo per evitare problemi legali. Molti osservatori vedono in questo un modo poco trasparente di procedere, che penalizza le dipendenti coinvolte.

Dubbi legali sulle procedure di licenziamento

L’avvocata Claire Gandin, esperta di diritto del lavoro, solleva dubbi importanti. Non ci sono stati richiami formali o segnali precedenti di violazioni da parte delle lavoratrici, e senza questi passaggi il licenziamento rischia di essere sproporzionato. Potrebbe configurarsi una discriminazione indiretta, soprattutto se si dimostra che la misura colpisce in modo specifico una religione.

Il caso di Elior non è isolato. Anche altre aziende, come Magellan Partners e alcune società di revisione, hanno adottato politiche simili, licenziando donne velate con la scusa della “neutralità”. Si sta accendendo un dibattito acceso sulle vere ragioni dietro queste norme.

Le voci di chi ha perso il lavoro per l’hijab

Le donne licenziate parlano di un senso profondo di ingiustizia e marginalizzazione. Una di loro sintetizza così la rabbia: “Siamo una minoranza e ci buttano fuori come se fosse normale”. Madoka, giovane tirocinante rimasta senza contratto dopo aver rifiutato di togliersi il velo, racconta il peso emotivo: “Ho paura di dirlo in famiglia. I miei genitori volevano solo che ce la facessi, ora sembra tutto perduto”.

La disoccupazione forzata per motivi religiosi aggiunge un nodo delicato alla questione della laicità e del pluralismo nelle aziende private francesi.

La laicità francese e il velo sul posto di lavoro

In Francia la laicità è rigida e prevede divieti severi sui simboli religiosi in ambito pubblico. Dal 2004 il velo è vietato nelle scuole pubbliche ai minori, e dal 2011 il divieto si estende al velo integrale in tutti gli spazi pubblici.

Nelle aziende private la legge è meno rigida, ma la Corte di Cassazione ha stabilito che i datori possono inserire clausole di neutralità nei regolamenti. Queste devono essere però “generali e senza distinzioni” e valgono solo per chi ha contatti diretti con il pubblico o i clienti. Il punto è trovare un equilibrio tra il diritto di manifestare la fede e la gestione interna dell’azienda.

Il caso Elior mette in luce le difficoltà di mantenere questo equilibrio, soprattutto quando le aziende passano da campagne inclusive a politiche che sembrano negare le stesse libertà. Il dibattito resta aperto, mentre le lavoratrici velate si trovano al centro di una forte tensione sociale e legale.

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