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Un Poeta: recensione della commedia drammatica vincitrice a Cannes che esplora arte e umanità ai margini

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Redazione

Oscar Restrepo, un tempo promessa della poesia colombiana, ora trascina i suoi giorni senza slancio in una scuola di Medellin. Cinquant’anni, alcolismo, una passione smarrita per la filosofia: il ritratto di un uomo che sembra aver perso la sua strada. La città intorno a lui pulsa di povertà e contraddizioni, e lui è il riflesso di quel mondo spezzato. Ma poi c’è Yurlady, una studentessa con una voce poetica vera, capace di riaccendere in Oscar una scintilla sopita. È il punto di partenza di “Un poeta”, il film di Simón Mesa Soto che, con crudezza e delicatezza insieme, esplora la poesia come specchio di sogni infranti e speranze fragili, mettendo a nudo le ferite dell’anima e della società.

Oscar, il poeta smarrito: un uomo che lotta con il passato

Oscar, interpretato da Ubeimar Rios al suo esordio sul grande schermo , è un uomo bloccato nel tempo. Da giovane promessa a uomo spezzato, il suo dolore non nasce solo dalla perdita della fama, ma da un conflitto interno che lo rende incapace di accettare il presente. Vive isolato, amareggiato, schiacciato da aspettative mai realizzate. A casa, il rapporto con la figlia adolescente Daniela è teso; a scuola è un uomo perso, incapace di trovare un senso. Il ruolo di mentore verso Yurlady gli dà una spinta, ma la sua rigidità e l’ossessione per una vocazione ormai fuori portata complicano tutto.

Il ritratto che ne esce è realistico, umano: un uomo che non si arrende ma che si ostina a vivere nell’ombra del proprio passato. La tenerezza lascia spazio al cinismo e alla difficoltà di comunicare. Il regista mostra anche chi gli sta intorno, non come avversari, ma come figure che, seppure in modo indiretto, offrono spunti di solidarietà. La relazione con Yurlady è forse l’unica possibilità di redenzione, anche se fragile e rischiosa. Attraverso lei, Oscar prova a prendersi una rivincita simbolica, in un percorso tormentato e pieno di contraddizioni.

Medellin, tra povertà e sogni infranti: il vero sfondo del film

Medellin non è solo una cornice, ma un protagonista silenzioso che permea tutta la storia. La povertà e le difficoltà della città si riflettono nelle vite dei personaggi, soprattutto in Yurlady, studentessa di una famiglia numerosa che fatica ad arrivare a fine mese. Il divario tra le sue aspirazioni poetiche e le esigenze economiche mette in luce il delicato equilibrio tra arte e sopravvivenza. Nel film la poesia diventa non solo atto creativo, ma anche rifugio e modo per esprimere sé stessi, raramente un mezzo per cambiare davvero le cose.

Il film evidenzia come, in ambienti svantaggiati, lo spazio per l’arte sia fragile e spesso sacrificato. Yurlady vive la poesia come qualcosa di intimo, non come una carriera da inseguire. Oscar invece proietta su di lei la sua giovinezza perduta, convinto che attraverso il successo di lei possa trovare un riscatto personale. Questo scontro di visioni mette a nudo le tensioni che nascono quando arte e condizioni sociali si incontrano.

La famiglia di Yurlady rappresenta la realtà dura che spesso schiaccia sogni e passioni, mostrando la distanza tra poesia e quotidianità. Il film cattura questi dettagli con cura, raccontando il compromesso necessario per andare avanti in una società spietata, dove l’arte rischia di diventare un lusso e la marginalità economica si traduce anche in isolamento culturale.

Immagini che raccontano sofferenza e speranza

La forza del film sta anche nel suo linguaggio visivo. Simón Mesa Soto ha scelto di girare in Super 16 millimetri, una scelta che dà al film una texture ruvida e granulosa, perfetta per trasmettere la sensazione di claustrofobia e immobilità emotiva. La macchina da presa resta vicina ai personaggi, in spazi stretti e ambienti spogli, facendo sentire lo spettatore dentro una realtà soffocante. Le immagini sembrano pesare come le vite dei protagonisti, riflettendo il loro stato d’animo.

Nonostante la durezza del racconto, il film evita il pessimismo totale. Ci sono momenti di luce naturale e dialoghi intrisi di umorismo nero che stemperano la tensione. Questi piccoli sprazzi di umanità mostrano che, anche nelle situazioni più difficili, non tutto è perduto. Il grigiore della città e la marginalità sociale si alternano a fugaci aperture di calore e speranza.

Questa alternanza rende “Un poeta” un’esperienza intensa, che unisce realismo e poesia, malinconia e leggerezza, denuncia sociale e intimità. Con questo mix, il regista ci offre una riflessione sulla condizione dell’artista oggi, soprattutto nelle periferie latinoamericane, mettendo in luce la fatica e il coraggio dietro ogni tentativo di resistenza culturale e creativa.

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