Lunedì, la Corte penale internazionale all’Aja ha preso una decisione senza precedenti: ha sospeso Karim Khan, il suo procuratore capo. Un colpo di scena che ha lasciato tutti di stucco. Khan, l’uomo dietro i mandati d’arresto contro Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, ora è al centro di un’indagine per accuse gravissime: molestie sessuali. Un terremoto interno che rischia di mettere in crisi non solo la credibilità della Corte, ma anche l’intero corso delle indagini più sensibili e delicate condotte negli ultimi anni.
Karim Khan tra diritto internazionale e guerre globali
Karim Khan, 56 anni, è un avvocato britannico con origini pakistane, noto per la sua esperienza nel diritto penale internazionale e la difesa dei diritti umani. Dal 2021 guida la procura della Corte penale internazionale, nata nel 1998 per punire crimini come genocidio, crimini di guerra, aggressione e crimini contro l’umanità. La sede è all’Aja, in Olanda, e la Corte ha giurisdizione su 125 Stati membri che hanno firmato lo Statuto di Roma.
Il suo mandato è coinciso con alcune delle crisi più serie degli ultimi anni. L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata nel 2022, ha spinto la CPI a indagare su accuse di deportazioni di bambini e altri crimini di guerra. Allo stesso modo, dopo l’attacco di Hamas a Israele nel 2023 e le campagne militari israeliane a Gaza, Khan ha emesso mandati di arresto anche contro esponenti israeliani, incluso l’ex premier Netanyahu.
Questi mandati, pur non riconosciuti da Russia e Israele – che non hanno mai aderito allo Statuto di Roma –, hanno un peso politico e legale rilevante per i Paesi membri, obbligati a eseguire gli arresti su richiesta della Corte. Per questo Khan era diventato una figura scomoda per molti grandi attori internazionali.
Le accuse di molestie: cosa è successo davvero
Nel 2024, una dipendente della Corte ha denunciato Karim Khan per molestie sessuali. Secondo la sua versione, Khan avrebbe cercato di farla trasferire nel suo ufficio e di portarla con sé in delegazioni all’estero. Durante alcuni viaggi, avrebbe esercitato pressioni e in almeno un’occasione l’avrebbe costretta a condividere il letto in hotel, toccandola contro la sua volontà.
I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2023 e il 2024. Khan ha sempre negato con forza, definendo le accuse “un tentativo di danneggiare la Corte”. I suoi avvocati hanno parlato di “decisione illegittima e senza prove” riguardo alla sospensione. Le indagini, aperte da oltre due anni, non hanno ancora portato a una sentenza definitiva.
A maggio 2024, Khan si è autosospeso per poter difendersi con maggiore serenità e per tutelare l’immagine dell’istituzione. Ha poi denunciato possibili manovre politiche per farlo fuori, puntando il dito soprattutto contro Israele, da sempre critico verso le sue indagini.
La crisi alla Corte e le sfide che restano
La sospensione di Karim Khan ha acceso un acceso dibattito all’interno della Corte. Oltre alle accuse, diversi funzionari hanno denunciato una “cultura della paura” negli uffici dell’Aja. Una lettera anonima, ripresa da testate come La Repubblica, parla di un ambiente di lavoro difficile, fatto di pressioni e timori di ritorsioni che limiterebbero la libertà di azione.
Ora spetta all’assemblea degli Stati membri della CPI – composta da 125 Paesi – convocare una sessione speciale per valutare le accuse e decidere sul futuro di Khan. La votazione sarà segreta e servirà la maggioranza assoluta, 63 voti, per rimuoverlo definitivamente. Dietro il voto peseranno tanto considerazioni politiche quanto questioni giuridiche, vista la natura globale e divisiva delle indagini portate avanti da Khan.
È la prima volta nella storia della Corte penale internazionale che un procuratore viene sospeso in carica. Nei prossimi mesi si vedrà se sarà possibile ricostruire la fiducia in un organismo che resta fondamentale nella lotta contro i crimini più gravi a livello mondiale.





