Nel 1990, un lavoratore italiano guadagnava di più di oggi, se si guarda al potere d’acquisto. È una realtà che sorprende: mentre in molte economie avanzate i salari reali sono saliti anche del 20-30%, da noi sono invece scesi. E questo accade nonostante una crescita economica che, sulla carta, avrebbe dovuto portare benefici. L’ultimo rapporto dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio non lascia spazio a dubbi: la condizione dei redditi in Italia è peggiorata costantemente fino al 2024, lasciando i lavoratori indietro rispetto al resto del mondo.
Salari italiani fermi al palo, gli altri volano
Le buste paga reali in Italia sono calate in media dell’1,6% rispetto al 1990. E parliamo di salari depurati dall’inflazione, quindi un vero calo del potere d’acquisto. Nel resto del mondo Ocse, invece, i guadagni medi sono saliti del 35%. Gli Stati Uniti fanno la parte del leone con un +50,5%, seguiti da Regno Unito , Francia , Germania e Spagna .
Ma il dato più preoccupante riguarda la distribuzione dei redditi: chi sta in fondo alla scala, il 10% più povero dei lavoratori, ha perso quasi il 41% del proprio salario reale. Chi invece si trova in cima, il 10% più ricco, ha guadagnato un modesto 3,3%. Insomma, il divario si allarga. Nel frattempo il Pil italiano è cresciuto del 31% in termini reali tra il 1990 e il 2026, ma questa crescita non si è tradotta in un aumento diffuso dei redditi.
Il boom del part-time e il peso del terziario: due fattori che schiacciano gli stipendi
Dietro questa situazione c’è un cambiamento profondo nel mercato del lavoro. Il lavoro part-time è passato dal 4,4% del 1990 a oltre il 31% oggi. Molti scelgono o sono costretti a orari ridotti, spesso per motivi familiari. Questo ha abbassato la media degli stipendi.
Poi c’è il peso sempre maggiore del settore dei servizi, che ha preso il posto dell’industria e delle costruzioni. Se nel 1990 i lavoratori in industria e costruzioni erano il 35,3%, oggi sono il 26,6%. Nel terziario invece si è passati dal 57,4% al 70%. E i salari nel terziario sono generalmente più bassi di quelli dell’industria, spingendo verso il basso la media generale.
Il risultato? Una spaccatura netta: nel periodo considerato, le retribuzioni medie nell’industria e nelle costruzioni sono cresciute del 16,5%, mentre nel terziario sono scese del 20,9%. Un gap che si allarga sempre di più.
L’Irpef come scudo parziale, ma non basta
Per cercare di tamponare il colpo, lo Stato è intervenuto con la leva fiscale, soprattutto sull’Irpef. Negli ultimi decenni l’imposta sul reddito ha cambiato volto: oggi pesa meno sulle fasce medio-basse e di più su quelle alte.
Nel 1990 si iniziava a pagare Irpef già sopra gli 8.257 euro annui . Oggi, grazie a detrazioni e riforme, la soglia è salita a 16.347 euro, con benefici concreti per i redditi più bassi. Il punto in cui si comincia a pagare più di prima è intorno ai 35.100 euro. Oltre l’80% dei lavoratori dipendenti guadagna meno di questa cifra, quindi per loro la pressione fiscale si è ridotta.
Questa politica ha attenuato almeno in parte le perdite sul reddito netto per le fasce più deboli, ma non ha cambiato le regole del gioco. Le trasformazioni del mercato del lavoro e del modello produttivo continuano a pesare negativamente sui salari medi e bassi.
In definitiva, il quadro è chiaro: in Italia la crisi dei redditi colpisce soprattutto chi sta all’ultimo anello della catena lavorativa. Le misure fiscali aiutano, ma non bastano. E la crescita economica, pur presente, resta lontana dall’essere un beneficio per tutti.