Oltre il 50% dei medici di famiglia in Italia ha superato la soglia massima di 1.500 pazienti a testa. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni: la pressione su questi professionisti è alle stelle. Non si tratta solo di numeri, ma di un sistema che rischia di compromettere la qualità delle cure. Il Nord, in particolare, sembra travolto da questa emergenza, ma il problema si estende in tutto il Paese. Dietro a questa situazione ci sono scelte organizzative, un’Italia che invecchia e medici sempre più in affanno. La professione è al limite, e con essa, il servizio che offre.
Il sistema sanitario nazionale aveva fissato un limite chiaro: ogni medico di base non dovrebbe superare i 1.500 pazienti, con una soglia ideale di 1.200. Nella realtà, questo limite è stato superato da tempo, e il trend è in crescita continua. Nel 2012, poco più di un quarto dei medici superava il tetto; oggi siamo oltre la metà, e le previsioni per il 2025 parlano di oltre il 52%.
Non si tratta solo di numeri. L’invecchiamento della popolazione ha portato a un aumento delle patologie croniche, rendendo le visite più lunghe e complicate. Carlo Curatola, della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, spiega che “il vero problema è la velocità con cui crescono i pazienti con bisogni clinici complessi, che richiedono più tempo e risorse.”
Le statistiche parlano chiaro: nel 2019 un medico seguiva in media 1.224 pazienti, nel 2024 si è arrivati a 1.374. In cinque anni, circa 150 assistiti in più per medico, con un carico di lavoro che cresce in modo proporzionale. E la tendenza non accenna a rallentare.
Dietro al sovraccarico c’è un problema di fondo: non ci sono abbastanza medici di famiglia per sostituire chi va in pensione. Anche se sono aumentate le borse di studio per la formazione, molte restano vuote. Il tasso di abbandono della medicina generale si aggira intorno al 20%, spesso perché i giovani medici preferiscono altre specializzazioni meno impegnative o più remunerative.
Questa situazione non nasce da oggi. Scelte politiche e programmatiche del passato non hanno garantito un ricambio adeguato. Curatola sottolinea che “la professione ha perso attrattiva, anche a causa delle condizioni di lavoro attuali: tanti pazienti da seguire in fretta, spesso con problemi complessi.” Un tempo l’aumento degli assistiti era più lento e permetteva ai medici di creare rapporti di fiducia duraturi.
Il risultato è che i medici si trovano sotto stress, con un sistema di supporto organizzativo ancora poco sviluppato. Mancano figure come infermieri e tecnici sanitari che possano alleggerire il carico, e non tutti gli studi dispongono di strumenti diagnostici adeguati. Non tutte le regioni hanno ancora sfruttato i fondi disponibili per migliorare l’organizzazione.
Per cercare di alleviare la pressione, il ministro della Salute Schillaci ha proposto di estendere il ruolo dei pediatri fino ai 18 anni, anziché solo fino ai 6. L’obiettivo è spostare parte dei pazienti più giovani fuori dal carico dei medici di famiglia.
Ma la proposta non convince tutti. Pediatri e medici di famiglia sottolineano che i ragazzi tra i 7 e i 18 anni, in genere, richiedono meno cure complesse rispetto agli anziani con malattie croniche. Sono questi ultimi, con visite frequenti e terapie da adattare, a pesare di più sul sistema. Spostare gli adolescenti dai medici generici ai pediatri non risolve il problema principale.
Questa difficoltà a trovare soluzioni semplici riflette la complessità della medicina di base, soprattutto con una popolazione che invecchia sempre di più.
La pressione sui medici cambia a seconda delle regioni. Al Nord, regioni come Lombardia e Veneto vedono molti medici sopra il limite dei 1.500 pazienti. Al Sud e nelle regioni meno popolose, come Umbria, Molise e Basilicata, il numero medio di pazienti per medico è più basso, intorno a 1.100-1.150, ma qui si aggiungono altre difficoltà: territori vasti e sparsamente popolati rendono difficile garantire un accesso regolare alle cure.
Non conta solo quanti medici ci sono, ma come sono distribuiti. Curatola spiega che “seguire 1.200 persone a Milano è ben diverso che farlo in zone rurali o montane, dove l’isolamento e la distanza pesano molto di più.”
Per questo servirebbero parametri più aderenti alle diverse realtà locali. Solo così si possono pianificare meglio le risorse e offrire un’assistenza che risponda davvero ai bisogni di ogni territorio.
Questi dati mettono in luce la necessità di una revisione profonda della medicina generale in Italia, per non rischiare che la qualità delle cure si indebolisca ancora di più.
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