«Little Italy non c’è più». A New York, questa frase ha acceso un vero e proprio incendio di proteste. Il quartiere che per decenni è stato il cuore pulsante dell’immigrazione italiana, simbolo di tradizioni e di storie di famiglia, è stato cancellato dalle ultime mappe ufficiali delle comunità etniche della città. Una decisione che ha fatto saltare sulla sedia molte associazioni italoamericane, pronte a denunciare un tentativo di cancellare un pezzo fondamentale della memoria culturale di New York. Il sindaco Zohran Mamdani si trova al centro di una polemica che non accenna a placarsi, con accuse pesanti e scontri politici sul valore delle radici etniche nella grande metropoli.
Il nodo della questione riguarda le cosiddette “Immigrant Enclave Illustrations“, una serie di mappe e illustrazioni promosse dall’ufficio comunale per le comunità straniere, il Mayor’s Office of Immigrant Affairs. Questi lavori hanno l’obiettivo di rappresentare i quartieri dove oggi c’è una forte presenza di popolazioni nate all’estero. Tra le aree evidenziate figurano Chinatown a Manhattan e Flushing, Little Manila, Little Haiti, Little Colombia, ma Little Italy è assente. Proprio questa mancanza ha fatto infuriare l’Italian American Civil Rights League, che parla di scelta deliberata e offensiva. L’associazione accusa il sindaco di ignorare il valore simbolico e culturale di Little Italy, definito il cuore storico della comunità italoamericana di New York.
Anche il caucus italoamericano del Consiglio comunale ha preso posizione con dure critiche. Per loro, la lista delle enclave è incompleta e quasi offensiva, perché ignora una parte storica che ha contribuito a plasmare l’identità della città. Sui social, l’Italian American Civil Rights League ha attaccato Mamdani, sostenendo che “gli italoamericani hanno costruito New York City, non gli immigrati di paesi terzi”, con tweet che non hanno lasciato spazio a dubbi nei giorni scorsi.
Il Comune ha cercato di mettere un freno alle polemiche con una dichiarazione ufficiale. Un portavoce ha spiegato che quelle mappe non vogliono essere un elenco completo di tutte le comunità che hanno contribuito alla crescita di New York. Il progetto punta invece a rappresentare le enclave dove oggi vivono comunità immigrate numerose. Inoltre, le illustrazioni sono state avviate nel 2023, sotto la precedente amministrazione di Eric Adams, e non sono quindi un’iniziativa esclusiva del sindaco Mamdani.
Dal Comune precisano che si tratta di rappresentazioni artistiche e culturali, non mappe ufficiali dal punto di vista amministrativo. La scelta dei quartieri si basa sulla presenza demografica attuale, non su un criterio storico. Sono stati annunciati aggiornamenti e ampliamenti futuri, lasciando aperta la porta a possibili integrazioni. Tuttavia, per le organizzazioni italoamericane questo approccio rischia di ridurre il valore storico delle grandi migrazioni italiane che hanno formato l’identità della città nei secoli scorsi, cancellando di fatto pagine importanti della memoria collettiva.
Little Italy nasce nel cuore del Lower Manhattan nella seconda metà dell’Ottocento, quando ondate di emigranti italiani, soprattutto dal Sud, arrivarono a New York in cerca di opportunità. Il quartiere si sviluppò rapidamente intorno a Mulberry Street, diventando un mosaico di famiglie provenienti da Napoli, Sicilia, Calabria e altre regioni. La comunità non era uniforme: dialetti e tradizioni si alternavano isolato dopo isolato, ognuno legato alle proprie radici e al proprio paese d’origine.
Accanto agli abitanti sorsero negozi, panetterie, bar, banche etniche, associazioni e chiese, persino giornali in italiano, a rafforzare il senso di comunità. All’inizio del Novecento, oltre il 90% degli abitanti di alcune zone di Little Italy era di origine italiana. Nel 1910 il quartiere raggiunse il massimo con quasi 10mila italiani residenti, estendendosi molto oltre la porzione oggi conosciuta come attrazione turistica.
Dopo la Seconda guerra mondiale, però, il quartiere si ridusse di molto: il miglioramento delle condizioni spinse molte famiglie italoamericane a spostarsi in altri quartieri e sobborghi di New York, come Brooklyn, Bronx, Staten Island e New Jersey. Lo spazio lasciato fu occupato dall’espansione di Chinatown, che avanzò verso l’area un tempo di Little Italy. Oggi il quartiere si riduce a pochi isolati autentici, con ristoranti tradizionali, l’Italian American Museum e la celebre festa di San Gennaro che ogni settembre richiama visitatori da ogni parte.
I dati demografici confermano come Little Italy si sia trasformata da enclave italiana a meta più simbolica e turistica. Nel 2000, il censimento indicava circa 1.211 residenti di origine italiana in tre settori rappresentativi del quartiere, poco più dell’8% della popolazione locale. Dieci anni dopo, secondo l’American Community Survey, nessuno residente in quell’area era nato in Italia, e solo il 5% si identificava come italoamericano.
Allargando lo sguardo, però, la presenza italiana resta significativa nell’area metropolitana. Nel 2000, gli italoamericani censiti a New York erano quasi 693mila, distribuiti soprattutto tra Staten Island, Brooklyn, Bronx, Queens e le aree suburbane vicine. La comunità mantiene così un ruolo importante, anche se non più concentrata nell’antica Little Italy. Questi dati spiegano lo spostamento demografico e culturale e aiutano a capire le difficoltà nel rappresentare Little Italy come enclave immigrata attiva, alimentando le tensioni sul modo in cui questa storia viene riconosciuta dalle istituzioni.
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