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My Notes on Mars: la recensione del film di Venezia 83 che racconta l’amore cambiato dalla fantascienza

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Redazione

Quando Margot, astrofisica americana, scompare durante una gita in Ungheria, nessuno immagina che il suo ritorno sarebbe stato avvolto da un mistero più profondo del pianeta Marte stesso. “My Notes on Mars” ha subito catturato gli sguardi a Venezia 83, ma non per la fantascienza pura. La pellicola si insinua nelle pieghe di una crisi di coppia, scavando tra desideri taciuti e tensioni che si nascondono dietro le parole non dette. Quello che inizia come un evento quasi impossibile diventa un viaggio emotivo, una storia di amori complicati e verità scomode.

Quando una donna riscrive le regole della coppia

Margot, interpretata da Mackenzie Davis, ha abbandonato la carriera per seguire il marito Sam nella campagna ungherese. Cercavano un nuovo inizio, ma il loro legame mostra subito crepe: Margot è ancora immersa nello studio di Marte, Sam invece fatica a ritrovare la moglie che aveva immaginato. Poi Margot sparisce durante un’escursione. Le ricerche falliscono e viene data per morta. Ma proprio il giorno del suo funerale, Margot ricompare senza memoria e con un unico scopo: distruggere il suo vecchio quaderno con gli appunti su Marte.

Il suo ritorno non solleva solo dubbi sull’identità. Margot è ancora la stessa? E come reagisce Sam di fronte a questa donna che sembra libera da ogni peso? Il film non scivola nel thriller fantascientifico classico, ma si concentra su uno spazio emotivo dove la relazione si trasforma e va continuamente riscoperta. La nuova Margot mette Sam davanti a un bivio: vuole che lei ritrovi la memoria, ma allo stesso tempo si apre a un’opzione nuova, meno scontata, che cambia tutto.

Mackenzie Davis e Rupert Friend: due volti di un legame fragile

Mackenzie Davis dà vita a un personaggio in bilico, che cambia senza stravolgersi: è nei piccoli gesti, nello sguardo, nei movimenti che racconta il mutamento interno di Margot senza urlarlo. Questa delicatezza rende credibile l’alone di straniamento che accompagna il personaggio fino alla fine, tenendo lo spettatore coinvolto. Rupert Friend invece è l’uomo che osserva, dubbioso e confuso. Sam non sa più se quella davanti a lui sia davvero sua moglie, né se è pronto ad accettare questa nuova persona che fatica a riconoscere.

Sam si muove tra il desiderio di ricostruire il passato e la tentazione di reinventare il presente. Il suo percorso, fatto di silenzi e incertezze, si tinge di ambiguità morale: la ricerca della memoria di Margot diventa quasi una sfida per riscrivere la loro storia. Un gioco sottile, senza risposte facili, che regala al film una profondità psicologica intensa e toccante.

La campagna ungherese: da sfondo a protagonista

La regia di Lili Horvát sceglie la semplicità e la misura, evitando i cliché della fantascienza. La campagna ungherese diventa un personaggio a sé, una realtà che cambia secondo gli occhi di chi guarda, senza effetti speciali. Gli interni, le distanze tra i due protagonisti, i boschi aperti si caricano di un senso di spaesamento che riflette lo stato d’animo di Sam, da cui il racconto prende forma.

Il minimalismo della messa in scena esplora le tensioni emotive: gli spazi non sono solo ambienti, ma elementi che coinvolgono lo spettatore in un’atmosfera sospesa. Così la storia si fa intima più che cosmica, con un realismo inquietante che dà corpo alla crisi dei personaggi senza mai forzare colpi di scena o effetti spettacolari.

Tra mistero e sentimento: l’ambiguità che tiene incollati allo schermo

Il film funziona meglio quando lascia aperte le domande: non dà risposte certe sul cambiamento di Margot. Fantascienza, trauma, malattia mentale, crisi esistenziale: tutte le ipotesi restano in gioco senza prevalere. Questo gioco coinvolge lo spettatore, che si ritrova a guardare, a interpretare, a dubitare come Sam. La ricerca di una verità diventa anche un esame morale e affettivo per il marito.

L’ambiguità amplia la portata del racconto: la difficoltà di riconoscere chi abbiamo accanto si intreccia con la domanda su quale versione di quella persona siamo disposti ad amare. Non è solo un mistero scientifico o un thriller psicologico, ma un’indagine profonda sui legami e sulle trasformazioni che attraversano una coppia.

Marte, il vero enigma dentro la relazione

Dietro le ricerche sul pianeta rosso si nasconde il vero cuore del film. Margot ha passato anni a studiare un mondo lontano e inesplorato, mentre l’ignoto più grande era l’uomo con cui aveva scelto di condividere la vita. È quell’ignoto, spesso trascurato, il terreno più difficile da esplorare.

La pellicola mescola così il senso di meraviglia e straniamento tipico della fantascienza con la concretezza delle relazioni umane. Mackenzie Davis e Rupert Friend, con la regia sobria e precisa di Horvát, mantengono l’equilibrio tra questi due poli. Se Marte è un mistero, lo è ancor di più la persona che abbiamo accanto: una scoperta continua, che sfugge a ogni certezza e persino al desiderio di conoscerla fino in fondo.

Redazione

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