Ratko Mladić si è spento all’Aja, a 83 anni, dopo una lunga battaglia con la salute. L’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, condannato all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra, era rimasto immobilizzato da mesi a causa di diversi ictus. Lo chiamavano il «boia di Srebrenica» — un nome che pesa come un macigno sulla memoria di chi ha vissuto quella tragedia. Dietro quella condanna severa, c’è una storia di sangue, potere e responsabilità che ha segnato la Bosnia degli anni ’90.
Ratko Mladić nasce nel 1943, quando la Jugoslavia era ancora unita. Entrato nell’esercito popolare jugoslavo, sale rapidamente di grado fino a guidare le forze serbo-bosniache durante la guerra degli anni ’90. Il suo nome resta legato a due eventi tragici: l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica.
L’assedio di Sarajevo durò quasi quattro anni, con la città sotto assedio e bombardata senza tregua, mentre la popolazione civile soffriva in condizioni disperate. La campagna militare di Mladić si chiuse con la strage di Srebrenica nel luglio 1995, dove oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. Quel massacro è stato definito genocidio dai tribunali internazionali ed è uno dei crimini più atroci commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Per tutto questo, Mladić guadagnò soprannomi come «macellaio di Bosnia» e «boia di Srebrenica», simboli di brutalità e responsabilità diretta nelle atrocità del conflitto.
Nel 1995 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia emetteva un mandato di cattura nei suoi confronti, accusandolo di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui il massacro di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo.
Nonostante il mandato, Mladić restò nascosto per sedici anni. Fu arrestato solo il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia. Poco dopo venne trasferito all’Aja, dove iniziò un processo che si concluse nel 2017 con la condanna all’ergastolo.
Il processo all’Aja confermò la sua colpevolezza per genocidio, presa in ostaggio di caschi blu e persecuzione di minoranze etniche. La sentenza divenne definitiva nel giugno 2021, chiudendo una pagina giudiziaria seguita da tutto il mondo.
Negli ultimi mesi, la Serbia aveva chiesto il rilascio per motivi di salute, sostenendo che Mladić fosse gravemente malato. Ma il tribunale dell’Aja ha respinto la richiesta, spiegando che lui continuava a ricevere tutte le cure necessarie nell’ospedale del carcere.
Negli ultimi due anni le sue condizioni sono peggiorate drasticamente, al punto da renderlo quasi immobilizzato. L’ultimo ictus nel 2023 ha aggravato ulteriormente la situazione, fino alla morte confermata nell’ospedale penitenziario all’Aja.
Con la sua scomparsa si chiude il capitolo di uno dei protagonisti più controversi e drammatici dei conflitti balcanici, una figura che resterà impressa nella storia e nelle aule di giustizia internazionali.
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