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Madre e figlia avvelenate al Cardarelli: il primario sospetta, padre trasferito dopo i decessi a Campobasso

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Redazione

A Pietracatella, a fine dicembre, la tragedia ha colpito come un fulmine a ciel sereno. Sara Di Vita, appena quindicenne, e sua madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, si sono spente in ospedale dopo aver accusato sintomi strani, difficili da interpretare. All’inizio, sembrava solo un’intossicazione, ma la situazione è precipitata rapidamente. Sara, in particolare, ha avuto un peggioramento improvviso e inspiegabile: il suo cuore ha smesso di battere nonostante ogni sforzo dei medici. Quel dramma ha acceso un faro su un possibile avvelenamento da ricina, un sospetto che ha scosso l’intera comunità.

Rianimazione di Campobasso: il caso di Sara e un quadro clinico che non trova spiegazioni

Sara è arrivata al reparto di rianimazione dell’ospedale Cardarelli di Campobasso in condizioni gravissime, con un rapido peggioramento che ha coinvolto più organi allo stesso tempo. Il primario della Rianimazione, Vincenzo Cuzzone, ha seguito ogni fase con estrema attenzione. «La situazione evolveva troppo in fretta, era qualcosa che non avevo mai visto», racconta. Il punto che lo ha colpito di più è stato il cuore della ragazza, che nonostante ogni manovra non si è mai ripreso. «Continuavo a chiedermi perché non ripartisse, era un mistero inquietante». Un collasso così improvviso e totale, insieme a un’insufficienza multiorgano, è un evento rarissimo nel suo reparto.

Antonella, la madre, si aggrava: trasferimento d’urgenza in ospedale

Nel frattempo, anche Antonella, la madre, ha iniziato a manifestare gli stessi sintomi, quasi in contemporanea con la figlia. I medici hanno saputo del suo peggioramento proprio mentre comunicavano ai familiari la morte di Sara. Cuzzone non ha perso tempo: ha disposto il trasferimento urgente di Antonella in ospedale, temendo che fosse in corso un processo tossico aggressivo. Anche lei ha avuto un rapido deterioramento, con un’insufficienza multiorgano che non trovava spiegazioni. «Sembrava come se una sostanza tossica stesse colpendo più organi insieme», dice il primario. La velocità e la gravità del quadro hanno spinto i medici a pensare a cause esterne, probabilmente tossiche.

Il dubbio del medico e l’ipotesi ricina: un veleno silenzioso e letale

Nei mesi seguenti, il dottor Cuzzone ha vissuto un vero e proprio tormento. Si chiedeva se fosse stato possibile fare qualcosa di più per salvare Sara e Antonella. La mancanza di risposte e la rapidità con cui la malattia ha preso il sopravvento hanno lasciato molti interrogativi aperti. In una recente intervista, il medico ha confessato quanto il caso gli abbia lasciato una ferita difficile da rimarginare.

L’indagine ha portato a una possibile spiegazione: un avvelenamento da ricina, una sostanza estremamente tossica, senza antidoti e difficile da riconoscere in tempo utile. Per Cuzzone, la ricina è un veleno con una dose letale bassissima: bastano pochi milligrammi per ogni dieci chili di peso corporeo. Una volta entrata in circolo, non c’è quasi margine di manovra. La differenza tra vita e morte si gioca in un attimo, senza possibilità di compromessi.

Il primario fa un paragone eloquente: «Con un aneurisma addominale rotto ci sono possibilità di stabilizzare il paziente. Qui no. Il corpo non risponde a nessuna terapia». Un quadro drammatico e senza precedenti.

Padre trasferito allo Spallanzani di Roma per precauzione estrema

Per precauzione, il padre di Sara e Antonella è stato trasferito all’Istituto Spallanzani di Roma. La decisione, spiega Cuzzone, è stata presa “per eccesso di zelo”, ma era necessaria vista la gravità del sospetto. Un centro specializzato come lo Spallanzani è l’unico in grado di monitorare e intervenire in casi così delicati, assicurando la massima sicurezza per eventuali esposizioni.

Le indagini sono ancora aperte. La procura di Larino procede per duplice omicidio premeditato contro ignoti, mentre quella di Campobasso sta valutando possibili responsabilità mediche. Intanto, nel cuore del Molise, la tragedia scuote una comunità intera, che attende risposte e verità su un caso senza precedenti.

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