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Dombrovskis avverte: rischio stagflazione e impatto fino allo 0,6% sulla crescita economica italiana

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Redazione

L’Italia rischia di archiviare il 2024 con una crescita del Pil al di sotto dell’1%, un dato che poche settimane fa sembrava inimmaginabile. A frenare l’economia è un mix di fattori — inflazione ancora alta, mercati internazionali agitati, scambi commerciali in affanno — che si sommano creando un clima di incertezza palpabile.

Nei mesi scorsi, i segnali di difficoltà sono diventati sempre più evidenti. Non si tratta solo di numeri in calo: dietro a questi dati ci sono imprese in bilico e famiglie che già sentono la pressione. I settori più vulnerabili si preparano a resistere a una tempesta che potrebbe durare più del previsto, mentre gli operatori economici cercano soluzioni per non lasciare nulla al caso.

Pil in calo, produzione e inflazione sotto la lente

Dietro la possibile crescita al 0,6% c’è soprattutto il peggioramento di alcuni indicatori fondamentali. La produzione industriale, per esempio, nelle ultime settimane ha dato segni evidenti di sofferenza, con la domanda interna e quella estera in calo. In uno scenario di crisi che si allunga, le aziende riducono le attività produttive, con effetti negativi su investimenti e occupazione.

Un peso importante lo ha l’inflazione elevata, che consuma il potere d’acquisto delle famiglie. Il motore dei consumi, tradizionalmente il più importante per la crescita, perde slancio. Le famiglie tagliano le spese superflue e faticano a sostenere i costi quotidiani. Così il mercato interno rallenta, rendendo l’intero sistema economico più fragile.

A complicare il quadro c’è anche l’incertezza sui mercati finanziari e sulle mosse delle banche centrali. Il clima instabile spinge le imprese a rimandare o ridurre gli investimenti, dando vita a un circolo vizioso che frena ulteriormente la crescita. Le tensioni geopolitiche in Europa e le difficoltà negli scambi globali aggravano il tutto.

Settori in difficoltà, rischi per imprese e lavoratori

In un contesto così difficile, alcune aree del tessuto produttivo italiano sono particolarmente vulnerabili. L’industria manifatturiera, soprattutto quella legata all’export, deve fare i conti con interruzioni nelle catene di fornitura e una domanda estera in calo. Automotive, moda e meccanica registrano già una contrazione degli ordini, con conseguenze dirette sul lavoro.

Anche il settore dei servizi, in particolare turismo e ristorazione, soffre per la diminuzione dei consumi interni e la difficoltà a richiamare turisti stranieri. Molte piccole e medie imprese si trovano a navigare in acque agitate, con pressioni sui posti di lavoro e rischi concreti di chiusure o ridimensionamenti.

I lavoratori sono tra i primi a pagarne le conseguenze. Crescono i segnali di aumento della disoccupazione, mentre le nuove assunzioni si fanno più rare. La precarietà si fa sentire soprattutto nei settori meno tutelati. In più, in un contesto inflazionistico, la pressione sui salari aumenta, con il potere d’acquisto che rischia di peggiorare ulteriormente.

Le istituzioni e gli operatori economici devono muoversi in fretta. Servono misure mirate per sostenere investimenti, stimolare i consumi e proteggere l’occupazione. Solo così si potrà evitare che la crisi si trasformi in una recessione duratura.

Il rischio di una crescita sotto l’1% conferma quanto sia delicata la situazione economica italiana quest’anno. L’equilibrio tra domanda e offerta è fragile, e le variabili sfavorevoli si sommano. Serve un’azione tempestiva e coordinata. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se il Paese riuscirà a ripartire o resterà impantanato in questa fase difficile.

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