Deforestazione Made in Italy: Ogni Anno Spariscono 31mila Ettari di Foreste per i Consumi Italiani

Ogni anno, in Italia, spariscono 31mila ettari di foreste. Una cifra che, tradotta in termini più concreti, equivale a 45mila campi di calcio cancellati dalla mappa. Non si tratta solo di problemi lontani, come l’Amazzonia o le giungle del Sud-est asiatico: anche le nostre scelte quotidiane e le industrie italiane contribuiscono a questa emergenza. Uno studio di Etifor e dell’Università di Padova ha rivelato che molte delle filiere legate ai prodotti simbolo del “made in Italy” sono dietro a questa perdita. Sorprende scoprire che più della metà del danno deriva da due materie prime — olio di palma e prodotti bovini — importate principalmente da Brasile e Indonesia.

Dati chiari: cosa dicono le filiere italiane

Lo studio, che ha analizzato il periodo dal 2005 al 2023, ha preso in esame sette prodotti particolarmente impattanti sull’ambiente: olio di palma, carne bovina, soia, legno, cacao, caffè e gomma naturale. In questi diciotto anni, questi settori hanno causato la sparizione di quasi 594mila ettari di foresta, un’area che vale quanto tutta la città metropolitana di Roma.

La deforestazione legata ai nostri consumi è concentrata in pochi luoghi. Il 31% riguarda l’Indonesia, dove si estendono le piantagioni di palma da olio, mentre il Brasile pesa per il 22%, grazie alle sue vaste aree destinate all’allevamento e alla soia. Altri Paesi coinvolti, anche se in misura minore, sono la Costa d’Avorio, l’Argentina, la Cina, la Malesia e il Paraguay.

Il dato che emerge con forza è che due materie prime e due nazioni da sole spiegano più della metà della perdita forestale legata ai consumi italiani. Un dato che fa riflettere sulle scelte di importazione e sulla sostenibilità delle nostre produzioni.

Olio di palma e carne bovina: i grandi colpevoli

L’olio di palma resta il primo responsabile della deforestazione collegata ai nostri consumi, nonostante un lieve calo negli ultimi anni. Parliamo del 34% della superficie forestale a rischio. Questo ingrediente si trova in moltissimi prodotti industriali e alimentari che consumiamo ogni giorno.

Al secondo posto c’è l’industria della carne e del cuoio bovino, che pesa per circa il 18%. In particolare, l’espansione dei pascoli in Brasile ha portato a un consumo sempre maggiore di foreste tropicali.

La soia, spesso usata come mangime negli allevamenti intensivi, contribuisce per un altro 15%. Legno e derivati — come carta e semilavorati — incidono per il 13%, mentre il cacao arriva al 12%. Caffè e gomma naturale hanno un impatto minore, rispettivamente del 5% e del 2,5%.

Questi numeri mettono in luce quanto sia urgente una gestione più attenta delle filiere da parte delle aziende italiane.

Regole europee a rischio: il nodo del regolamento “deforestazione zero”

Per contrastare la deforestazione, l’Unione europea ha varato nel 2023 il Regolamento sui prodotti a deforestazione zero . Questa legge vieta l’ingresso nel mercato europeo di materie prime collegate alla distruzione delle foreste e obbliga le aziende a garantire tracciabilità e controlli rigorosi.

Ma l’applicazione pratica si sta rivelando complicata. La normativa, inizialmente prevista per il 2024, è stata rinviata due volte. Dietro questi slittamenti ci sono le difficoltà operative segnalate da diversi governi europei, compresa l’Italia, e le richieste delle associazioni di categoria per avere più tempo per adattare le filiere.

Oggi il regolamento dovrebbe entrare in vigore a dicembre 2026, ma non è escluso un ulteriore rinvio. Così si rischia di rallentare gli sforzi per ridurre l’impatto europeo sulle foreste tropicali.

L’Italia nel mondo: un impatto da non sottovalutare

L’Italia ha un ruolo importante, sia a livello globale che in Europa, per quanto riguarda la deforestazione legata ai consumi. Ogni italiano, in media, mette a rischio circa 100 metri quadrati di foresta nel periodo considerato.

Questo colloca il nostro Paese al ventesimo posto nel mondo per deforestazione incorporata nei consumi e al terzo in Europa, dietro solo a Germania e Spagna. Un segnale che, nonostante qualche passo avanti, il peso delle nostre filiere resta significativo.

Secondo gli esperti, per diminuire davvero questo impatto serve una svolta: puntare su una bioeconomia circolare che usi le risorse forestali in modo più responsabile e sostenibile. Solo così si potrà contenere l’effetto delle importazioni sulle foreste tropicali.

Questa nuova consapevolezza può spingere le imprese a cambiare rotta, rafforzare le politiche ambientali e modificare il modo in cui consumiamo, proteggendo così boschi fondamentali per l’equilibrio del pianeta.

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