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Carmelo Cinturrino in aula per l’omicidio di Mansouri: «Dispiaciuto ma sono un poliziotto corretto»

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Redazione

Sono dispiaciuto per la fine di Mansouri e la mia. Carmelo Cintturino ha parlato in aula a Milano, rompendo un silenzio carico di tensione. Quella frase, pronunciata con un misto di rammarico e difesa, apre uno scenario che da mesi tiene la città col fiato sospeso. È il 26 gennaio quando Abderrahim Mansouri, giovane marocchino, viene ucciso nel bosco di Rogoredo. Ora, Cintturino, poliziotto sotto accusa per omicidio, si è confrontato con il gip durante il secondo giorno dell’incidente probatorio, domenica 11 aprile. Le sue parole tracciano un quadro complesso, in cui la verità fatica a emergere tra accuse e dubbi.

Udienza decisiva: la versione di Cintturino

Sabato 11 aprile il tribunale di Milano ha ospitato la seconda udienza dell’incidente probatorio, tappa fondamentale per fissare le testimonianze e consolidare l’impianto accusatorio contro Cintturino. L’assistente capo, detenuto a San Vittore, si è presentato in aula per spiegare le sue ragioni davanti al giudice Domenico Santoro. Ha giurato di aver sparato spaventato, in legittima difesa, negando qualsiasi rapporto personale con Mansouri, se non quelli d’indagine. Ha parlato della sua carriera come di una storia “corretta”. L’emozione è affiorata quando ha raccontato della visita del padre in carcere, segno della pressione che sta vivendo.

Dal suo racconto è emerso un netto rifiuto delle accuse di violenza e corruzione: “Non ho mai usato violenza ingiustificata né sottratto droga o denaro”, ha detto, sottolineando il rispetto rigoroso delle procedure. Cintturino ha confermato che al momento dello sparo era presente un 31enne afgano senza fissa dimora, già ascoltato come testimone oculare, il cui racconto è stato fondamentale per ricostruire quel momento fatale.

Testimonianze di violenza in commissariato

Tra i testimoni, un 29enne senza dimora ha accusato l’assistente capo di averlo picchiato dentro il commissariato durante un obbligo di firma. Secondo lui, appena arrivato negli uffici, Cintturino lo avrebbe portato in una stanza con altri agenti e lo avrebbe colpito con schiaffi. Dopo l’episodio, il ragazzo dice di essere stato rilasciato ma subito denunciato per possesso di droga.

Il giovane ha raccontato ai giudici di aver subito informato la sua avvocata, mettendo in luce un forte contrasto con la versione di Cintturino, che nega ogni violenza. Questa testimonianza mette a fuoco uno dei nodi più delicati del processo: la credibilità dell’imputato e il clima di tensione tra forze dell’ordine e persone vulnerabili, spesso provenienti da contesti di marginalità come quelli di Rogoredo.

L’udienza ha così rafforzato il cuore della vicenda: da una parte un agente accusato di un crimine gravissimo, difeso come integerrimo; dall’altra, testimoni che raccontano violenze e abusi. Questo scontro rende la fase processuale particolarmente complessa e decisiva per il futuro delle indagini.

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