Non voglio fare solo un altro slasher, dice Kris, la regista venticinquenne che prende in mano la saga di Camp Miasma. Il risultato? Un reboot che sembra più una confessione intima che un semplice horror. La storia si muove tra adolescenti alle prese con desideri confusi e traumi nascosti, ma anche con una buona dose di ironia e violenza volutamente sopra le righe. Al centro c’è Billy, la “final girl” del film originale, tornata come guida enigmatica, pronta a sfidare le regole del genere. Camp Miasma non si prende troppo sul serio, ma sa parlare di identità e crescita con uno sguardo fresco e disarmante.
Due donne, due mondi: tensioni, complicità e qualche scintilla
Al centro della storia ci sono due donne agli antipodi, per età e per modo di vedere il mondo. Gillian Anderson è Billy, l’eroina matura e magnetica, che domina molte scene con la sua presenza. Lei è quella che cerca di tenere a bada Kris, la giovane regista interpretata da Hannah Einbinder, nota per Hacks. Kris è insicura, in bilico tra dubbi sul talento e confusione sull’orientamento sessuale, un mix di fragilità che si scontra con la sicurezza di Billy. I loro dialoghi oscillano tra momenti intensi e battute pungenti, creando un legame complesso, fatto di desideri nascosti e confidenze. Un rapporto a tratti ambiguo, ma che diventa il cuore pulsante del film.
Billy si fa quasi mentore, non solo sul lavoro ma anche nel percorso di Kris verso la scoperta di sé. Il film racconta questa intesa con scene in cui affiorano attrazione e fragilità. La regista punta tutto su questo rapporto, trasformando il confronto tra generazioni in uno scambio ricco di tensione e spunti erotici, senza cadere nei soliti cliché.
Slasher con ironia, erotismo e una violenza volutamente esagerata
Jane Schoenbrun mescola la tradizione horror con una buona dose di ironia. Kris, alle prese con il reboot di Camp Miasma, si ritrova immersa in un mondo di sangue e violenza che sembra quasi una parodia. Le scene più cruente sono volutamente sopra le righe, provocando un mix di disgusto e risate tra chi conosce bene il genere. Il risultato è un horror che fa più riflettere che spaventare, una satira intelligente sulle mode del momento, soprattutto i reboot e le dinamiche queer.
Schoenbrun non si tira indietro nel mettere in luce le contraddizioni di entrambi i mondi. Così arrivano momenti “cringe”, cioè involontariamente imbarazzanti, ma proprio per questo specchio di realtà sociali attuali. Il gioco tra finzione e racconto personale della protagonista crea un metalinguaggio a tratti complesso. Anche se la trama perde qualche volta la sua linearità, il film si può leggere come un viaggio dentro se stessi, una scoperta di sessualità e identità.
Un omaggio ai classici dell’horror con qualche inciampo narrativo
Schoenbrun si ispira apertamente ai grandi del passato come Scream, Venerdì 13 e Psycho. Il film dialoga con questa tradizione, ma vista attraverso un filtro queer e moderno. Questa scelta, però, non sempre aiuta la fluidità della storia: in certi momenti si ripetono temi e situazioni, e la narrazione rallenta.
La firma personale della regista è chiara. Kris sembra un alter ego autobiografico, alle prese con un blocco creativo e personale che domina il racconto. Il contrasto tra l’amore per il cinema e il bisogno di esprimersi trova nel film una sintesi di ironia e riflessione. Anche se qualche ripetizione si fa sentire, l’alchimia tra le due protagoniste mantiene vivo l’interesse.
Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte mescola generi diversi, creando un mix originale tra horror e commedia. Presentato in apertura alla sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2026, il film è fresco e provocatorio, capace di raccontare con tagliente intelligenza le contraddizioni di un’età complessa, dove sesso, trauma e identità si intrecciano senza filtri.