Clark apre una porta e si ritrova intrappolato in un labirinto senza fine, fatto di corridoi gialli e luci al neon tremolanti. È un mondo parallelo, freddo e privo di senso, dove il tempo sembra dilatarsi all’infinito. Architetto in crisi, con una vita che gli sfugge dalle mani, Clark si trova davanti a qualcosa che va oltre ogni logica. “Backrooms”, il nuovo film horror di Kane Parsons, prende proprio da qui: un mito nato sul web che racconta di stanze infinite e inquietanti, luoghi dove l’angoscia cresce lentamente, senza bisogno di urla o salti improvvisi. Dietro l’atmosfera claustrofobica, però, si nasconde una storia più profonda, fatta di solitudine, fragilità e una mente che combatte il proprio caos interiore.
Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, è un architetto che ha perso la bussola. Ha aperto un mobilificio, ma i suoi tentativi di rilancio, tra video promozionali poco efficaci, non portano risultati. Nel frattempo la sua vita privata cade a pezzi: un matrimonio naufragato e la dipendenza dall’alcol complicano la situazione. Cerca aiuto in Mary Kline, un’analista, ma fatica ad aprirsi davvero. Il loro rapporto è teso, fatto di silenzi e incomunicabilità, a sottolineare la difficoltà di Clark nel confrontarsi con i propri demoni.
La sua crisi personale si intreccia con una scoperta inquietante: nel suo negozio si apre un varco verso una dimensione parallela. Le backrooms sono un labirinto di stanze asettiche e corridoi surreali, governati da regole che sfuggono a ogni logica. In questi spazi si muovono figure ambigue, custodi di antichi segreti. La scoperta catapulta Clark in un vortice di paura e confusione che attraversa tutto il racconto.
La scelta di far vivere al protagonista questo doppio fallimento, personale e metafisico, punta a costruire un thriller psicologico, conferendo alla storia una profondità che va oltre il semplice horror.
Kane Parsons, giovane regista britannico nato nel 2003, si è fatto notare nel 2019 con corti in stile found footage pubblicati su YouTube. I suoi lavori esploravano il mito delle architetture impossibili nascoste nel mondo reale: luoghi labirintici e inspiegabili che sfidano ogni regola di spazio.
Con lo sceneggiatore Will Soodik, Parsons ha trasformato quell’idea in un lungometraggio che arriverà nelle sale nel 2026, distribuito da I Wonder Pictures. Nel cast spiccano nomi importanti: Ejiofor, premio Oscar per “12 anni schiavo”, interpreta Clark con una intensità che ha colpito la critica. Renate Reinsve, nota per “La persona peggiore del mondo”, è Mary Kline, l’analista chiamata a confrontarsi con le paure del protagonista.
Il passaggio dal mondo digitale a quello cinematografico ha richiesto una nuova lettura dell’universo delle backrooms. Nonostante qualche limite nell’uso del concept originale, la pellicola mostra comunque una buona dose di creatività e originalità, soprattutto sul piano visivo e narrativo.
Le backrooms sono spazi alienanti, monocromatici, con pareti e corridoi giallastri che schiacciano chi vi si trova dentro. Le stanze sembrano obbedire a regole proprie, sospese tra realtà e sogno, richiamando alla mente la pittura metafisica.
Il film preferisce giocare con la stranezza e il senso di spaesamento, più che con l’horror diretto e violento. Il terrore cresce piano, trasformandosi in ansia e disorientamento costanti. La colonna sonora accompagna questo crescendo, anche se a volte sembra stonare con certe ambientazioni.
Uno dei punti deboli del film è l’inizio, che si sofferma a lungo sulla vita di Clark, rallentando la suspense. La rappresentazione delle backrooms, pur suggestiva, resta spesso superficiale. Le regole illogiche di questi spazi non vengono approfondite, e il ritmo cala proprio quando il disorientamento dovrebbe farsi più intenso.
Così la storia lascia aperti spazi che avrebbero meritato un’esplorazione più profonda, per aumentare il loro potenziale simbolico e inquietante.
Più che un horror tradizionale, “Backrooms” si propone come un film aperto a varie interpretazioni. Le stanze inquietanti diventano metafore della mente umana: dimensioni parallele dove affiorano traumi, angosce e paure non elaborate.
Clark e Mary, entrambi segnati da fragilità, sembrano attraversare questi spazi come in un viaggio nel subconscio, dove la razionalità vacilla e si manifestano i mostri interiori. Alcuni critici hanno visto nelle backrooms una sorta di “zona segreta” alla “Stranger Things”, un luogo dove la mente o forse l’umanità intera si confronta con realtà indecifrabili e minacciose.
Questa ambiguità permette di leggere il film come un’analisi psicologica più che come un semplice racconto di orrore. La complessità dei personaggi aggiunge uno strato emotivo che va oltre la semplice tensione visiva, offrendo uno spunto di riflessione sulle difficoltà interiori di chi attraversa un momento di crisi.
“Backrooms” non sfrutta appieno tutte le sue possibilità, ma rappresenta comunque un passo importante per Kane Parsons. Il talento del giovane regista e la forza delle interpretazioni lasciano aperta la strada a progetti più maturi e interessanti nel panorama del cinema di genere contemporaneo.
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