Categories: Attualità

Amendolara, la strage dei braccianti: chiusi nel furgone e bruciati vivi per aver chiesto il salario, arrestati due caporali pakistani

Published by
Redazione

Era il 20 aprile 2024 quando l’aria lungo la statale 106 Jonica, ad Amendolara, si è fatta densa di tensione. Quattro braccianti – senza stipendio da quasi due mesi – hanno chiesto ciò che gli spettava. Una richiesta semplice, ma che ha scatenato un inferno. Li hanno chiusi in un minivan, poi hanno appiccato il fuoco. Quattro sono morti carbonizzati, uno è sopravvissuto, gravemente ustionato. Dietro quel rogo, c’è una storia di sfruttamento feroce, rabbia che covava da tempo e una vendetta spietata.

La testimonianza del sopravvissuto e la dinamica dell’incendio

Taj Mohammad Alamyar, 35 anni, è l’unico rimasto vivo quella notte infernale. Viene da Jalalabad, in Afghanistan, e ha camminato per mesi prima di arrivare in Italia poco più di un anno fa. Viveva insieme ad altri nove braccianti in una casa di Villapiana, a poche decine di chilometri da Amendolara. Tutti lavoravano nella raccolta delle fragole a Scansano, una zona dove la stagione agricola muove un flusso intenso di manodopera.

Alamyar, ora ricoverato con ustioni su braccia, schiena e spalla, ha raccontato di essere stato regolarizzato proprio il 20 aprile, con documenti rilasciati dal Ministero del Lavoro. Nonostante un accordo che prevedeva 45 euro al giorno, non ricevevano lo stipendio da quasi due mesi. Ogni bracciante pagava 150 euro al mese per l’alloggio e 5 euro al giorno per il trasporto nei campi. Quel mattino la situazione è degenerata. I due caporali pakistani, Alì e Bat, si sono fermati apposta all’area di servizio per affrontare i lavoratori e risolvere i conti in sospeso.

Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutto: i caporali hanno spruzzato benzina dentro e fuori dal minivan, chiuso le porte e poi appiccato il fuoco con un accendino. Taj Mohammad, avvolto dalle fiamme, è riuscito a scappare grazie a un portellone posteriore rimasto aperto. Gli altri quattro sono rimasti intrappolati e sono morti carbonizzati.

La “mafia pakistana” e lo sfruttamento nei campi

Il lavoro nero e il caporalato legati alla criminalità organizzata da tempo sono sotto la lente delle forze dell’ordine nel Sud. Taj Mohammad ha raccontato ai magistrati che dietro quella tragedia c’è una rete criminale guidata dai due caporali pakistani, Alì e Bat. Oltre a gestire la manodopera, il gruppo sarebbe coinvolto anche nel traffico di droga: hashish, eroina, cocaina. Questi gruppi lavorano insieme ad altri trafficanti pakistani e anche con bande italiane.

Nella testimonianza emerge il nome di “Kassan”, un pakistano armato e attivo nel mercato della droga, a dimostrazione del legame stretto tra caporalato e mafie transnazionali. Alamyar descrive un sistema brutale, dove la gestione dei lavoratori è anche uno strumento di controllo del territorio e di altri affari illeciti.

Caporalato pakistano e indiano: il cancro delle campagne del Sud

Le procure di Castrovillari, Matera e Potenza da anni indagano su reti solide create dalle comunità pakistane e indiane per sfruttare i migranti nelle campagne della Sibaritide, del Metapontino e della Puglia. Già in ottobre, un episodio simile aveva portato alla morte di braccianti stipati in un veicolo in condizioni disumane, a conferma di una crisi che non accenna a fermarsi.

Il progetto Su.Pr.Eme, sostenuto dall’Unione Europea e dal governo italiano, ha documentato condizioni di lavoro estreme: turni di dodici ore per pochi euro, con gran parte dei guadagni risucchiati da spese per alloggio, trasporto e mediazione. Gli sfruttatori mantengono un controllo stretto, approfittando dell’ignoranza linguistica e della mancanza di diritti dei lavoratori, molti dei quali non parlano né italiano né inglese.

La sindacalista Cgil Caterina Vaiti sottolinea come la legge 199 e i decreti flussi non bastino a fermare questa piaga. L’Osservatorio Placido Rizzotto segnala la Calabria come una delle regioni più colpite, con trentasei indagini aperte sullo sfruttamento in agricoltura. Il giro d’affari illegale sfiora i 4,8 miliardi di euro l’anno. Il segretario generale della Cgil Calabria, Gianfranco Trotta, lo riassume così: “i lavoratori sono schiavi, i caporali comandano e i proprietari – spesso silenziosi – incassano.”

La tragedia di Amendolara è solo un pezzo di un puzzle più grande, fatto di violenze quotidiane e di una lotta continua per i diritti nel mondo agricolo italiano. La voce di Taj Mohammad Alamyar, tra le macerie di quella notte, resta l’unico grido perché non si dimentichi cosa si nasconde dietro il raccolto delle fragole e degli altri prodotti che finiscono sulle nostre tavole.

Redazione

Recent Posts

Estate d’arte in Italia: da de Chirico e Balla a Maria Lai, le mostre imperdibili con capolavori esclusivi come la Nuda Veritas di Klimt a Udine

La “Nuda Veritas” di Gustav Klimt ha varcato il confine austriaco dopo decenni di riserbo.…

14 minuti ago

Whoopi Goldberg a Capri svela la sua Medusa: la statua dedicata all’attrice al museo di Jago

Sotto il sole caldo di Capri, una statua prende forma tra fiori e applausi. Non…

15 ore ago

I Teatri Condominiali Italiani Riconosciuti Patrimonio Unesco: L’Elenco Ufficiale e le Parole di Giuli

Non è solo un numero, ripete Giuli con un sorriso che tradisce soddisfazione. Le nuove…

17 ore ago

Incendio sul Gargano: fiamme lambiscono la spiaggia a Peschici, turisti evacuati dalla Guardia Costiera

Le fiamme sono divampate all’improvviso domenica mattina, trasformando il Gargano da meta tranquilla in un…

17 ore ago

La Via Lattea ha cambiato orientamento? Nuove simulazioni svelano una possibile collisione galattica

La Via Lattea si è formata miliardi di anni fa, ma il suo viaggio è…

19 ore ago

Fine vita e suicidio assistito: il ristoratore malato di Sla chiede al governatore Decaro di trasferirlo in Toscana

Portatemi in Toscana, voglio morire con dignità. Pasquale Centrone, 63 anni, ristoratore di Polignano a…

19 ore ago