Una donna di 57 anni è stata trovata morta in un appartamento di Verona, sepolta sotto una montagna di scatole, sacchetti e oggetti accatastati. Non è un caso isolato. L’accumulo compulsivo di oggetti, spesso ignorato o deriso, è una realtà che colpisce sempre più persone. Qualche mese fa, in Piemonte, un incendio scaturito da una casa sommersa da rifiuti ha ucciso una ragazza giovane. Quel confine fragile tra ciò che conserviamo e ciò che buttiamo via può crollare, trasformandosi in una vera e propria malattia mentale: la disposofobia. Non basta un semplice riordino per affrontare questo problema, che richiede comprensione e attenzione.
Disposofobia: non è solo disordine, è molto di più
La disposofobia, o disturbo da accumulo, non è un semplice disordine domestico. La psichiatra e psicoterapeuta Tiziana Corteccioni, esperta in terapia cognitivo-comportamentale, spiega che si tratta di “una difficoltà persistente a separarsi dagli oggetti, anche quando hanno poco o nessun valore materiale”. Qui non si parla di sporadici momenti di caos in casa, ma di un accumulo continuo, senza pause di riordino.
Il legame con gli oggetti non è pratico, ma emotivo. Tenere tutto diventa un modo per colmare un vuoto dentro, per affrontare ansie o sensi di colpa che la persona non riesce a gestire diversamente. In Italia la disposofobia tocca molte persone, di tutte le età e condizioni sociali, ma spesso resta nascosta dietro un muro di vergogna. Chi ne soffre tende a non parlarne, confidandosi solo durante una visita specialistica.
Quegli oggetti, spesso intatti o ancora imballati, raccontano storie che chi li conserva fatica a esprimere. Il disturbo si nutre più del valore affettivo legato al possesso che dell’effettivo utilizzo degli oggetti.
Quando la casa diventa pericolosa: l’accumulo che mette a rischio la vita
Non tutti accumulano in modo patologico, ma quando gli spazi si riempiono a tal punto da impedire le normali attività quotidiane, il problema è serio. La psicoterapeuta sottolinea che è lo spazio occupato a segnare il confine tra accumulo normale e patologico. Se in casa non si riesce più a camminare, pulire o usare i mobili perché sommersi da giornali, pacchetti e altri materiali, si è superato il limite.
Chi soffre di questo disturbo spesso ha grosse difficoltà a prendere decisioni, soprattutto quando si tratta di buttare via qualcosa. La paura che quell’oggetto possa servire in futuro genera ansia continua, peggiorando la situazione giorno dopo giorno. Anche cose apparentemente innocue, come giornali mai letti o pacchetti chiusi, diventano simboli di un bisogno futuro che non arriva mai.
In casi estremi, la persona non riesce più a usare la cucina, il bagno o a dormire perché le stanze sono piene di oggetti. La sicurezza viene messa a rischio: non sono rari gli incidenti per incendi o cadute, come testimoniato da episodi in diverse città italiane.
Le cause, l’impatto sociale e psicologico del disturbo da accumulo
Le radici del disturbo sono complesse e spesso multiple. Tra i fattori ci sono predisposizione genetica, traumi, lutti o esperienze che fanno sentire una responsabilità eccessiva verso gli oggetti. Il legame emotivo e l’idea che ogni cosa possa servire in futuro si intrecciano con vissuti personali spesso dolorosi.
Chi soffre tende a chiudersi in sé stesso. La vergogna per lo stato della propria casa spinge all’isolamento: si evitano inviti, si riducono i rapporti sociali e cresce il rischio di depressione. Le famiglie sono quasi sempre le prime a lanciare l’allarme e l’unico ponte verso un aiuto professionale.
L’impatto sociale va oltre la dimensione emotiva: si perde autonomia e diventa difficile mantenere relazioni. Il ritiro e i traumi possono peggiorare, complicando il riconoscimento e l’accettazione della malattia.
Diagnosi e cure: come si affronta la disposofobia
Individuare il disturbo richiede tempo e pazienza perché chi ne soffre tende a sottovalutarlo o a negarlo, parlando di semplice disordine. La psicoterapia cognitivo-comportamentale resta il trattamento più efficace.
Il percorso terapeutico si basa su un “decluttering” graduale, partendo da spazi piccoli, come un cassetto, per aiutare il paziente a distinguere cosa tenere, vendere o buttare. L’obiettivo è ridurre l’ansia legata al distacco dagli oggetti, con il supporto costante dello specialista.
Nei casi più gravi, si affianca la terapia farmacologica con antidepressivi, stabilizzatori dell’umore o ansiolitici, che aiutano a gestire i sintomi più difficili.
La durata del trattamento varia, ma spesso serve almeno un anno di terapia cognitiva per vedere risultati duraturi. In ogni fase, la cura dei dettagli e la fiducia tra paziente e terapeuta sono fondamentali.





