Il furgone abbandonato è spuntato a pochi chilometri dal Museo regionale di Messina, dove quattro quadri sono spariti nella notte di Ferragosto. La polizia non ha perso tempo: in poche ore ha stretto il cerchio intorno ai ladri. Quel mezzo, trovano gli investigatori, è la chiave per capire come è andato in scena il colpo, un furto che ha lasciato la città senza parole. Dietro l’azione, però, potrebbe nascondersi qualcosa di più: un complice interno, qualcuno che ha aperto la strada ai malviventi senza mettere piede nel museo. La procura, guidata da Antonio D’Amato, vede in quel furgone la prima traccia solida dopo giorni di ricerche senza sosta.
Il furgone ritrovato e la fuga con il cambio di auto
La Squadra Mobile di Messina è riuscita a seguire le tracce del furgone grazie alle immagini di alcune telecamere lungo il percorso, nella notte tra il 14 e il 15 agosto. Quando il mezzo è sparito dai radar elettronici, la ricerca si è concentrata in un’area senza sistemi di videosorveglianza, dove poi il furgone è stato trovato. Ora è sotto sequestro e affidato alla Polizia Scientifica per cercare impronte o altri indizi utili. Il capo della Squadra Mobile, Simone Scalzo, ha spiegato che i ladri avrebbero cambiato mezzo: arrivati in un punto isolato hanno lasciato il furgone e proseguito la fuga con un’altra auto. Questo spiegherebbe le difficoltà nel ricostruire tutta la fuga con le immagini a disposizione.
Le immagini che incastrano i ladri all’interno del museo
Le telecamere interne del MuMe hanno ripreso in modo chiaro alcuni momenti cruciali del furto. Nel video si vedono due giovani con casco integrale nero, maglietta a maniche corte, pantaloni lunghi e scarpe scure. Entrano da una porta secondaria, ancora sotto accertamento per capire se aveva un sistema d’allarme attivo. Si dirigono dritti verso la sala dove erano esposti i quadri rubati, li caricano in pochi minuti e poi tornano indietro dalla stessa uscita. Fuori, secondo gli investigatori, li aspettavano altri due complici, probabilmente incaricati di organizzare la fuga. La polizia sta anche esaminando le immagini dei giorni prima, alla ricerca di possibili sopralluoghi o movimenti sospetti, incrociando i dati con le celle telefoniche rilevate in zona prima del colpo.
Allarme disattivato senza controlli: ombre sulla vigilanza notturna
Un aspetto chiave dell’indagine riguarda cosa è successo quella notte tra i custodi del museo. L’allarme sarebbe scattato, ma invece di essere controllato, è stato spento senza che nessuno verificasse o chiamasse il 112. Gli investigatori trovano questa versione difficile da digerire. Un funzionario di polizia ha detto che “è difficile credere che i custodi abbiano ignorato un allarme così importante o non abbiano controllato subito i monitor.” I quattro addetti in servizio quella sera sono stati interrogati, e le loro dichiarazioni sono sotto la lente degli inquirenti, che stanno anche approfondendo vita privata, contatti e possibili legami con la criminalità organizzata dietro il furto.
Il mercato nero dell’arte rubata: un business da miliardi
Il ritrovamento del furgone non è solo un fatto pratico, ma anche un segnale importante. I quadri d’arte non sono come altri beni facili da vendere, sono pezzi unici e difficili da piazzare senza attirare attenzioni. Furti celebri, come quello della Gioconda nei primi del Novecento, mostrano quanto sia complicato vendere opere famose senza finire nei guai. A volte dietro il furto c’è un committente disposto a comprare direttamente, senza passare dal mercato nero. Secondo l’Association for Research into Crimes against Art, il giro d’affari illegale legato alle opere rubate vale circa 7 miliardi di euro l’anno, uno dei traffici criminali più redditizi al mondo, subito dopo armi e droga. A Messina la polizia sta seguendo piste solide per fermare questa catena criminale e riportare a casa i quadri sottratti al patrimonio culturale della città.