Terapia di Famiglia: Christian Clavier in una commedia francese che delude tra gag prevedibili e trama leggera

Cinque anni di sedute psichiatriche senza risultati hanno trasformato Damien in un uomo prigioniero della sua stessa ansia. Baptiste Lecaplain dà vita a questo personaggio, intrappolato in un loop senza via d’uscita. Il suo terapeuta, il dottor Beranger — Christian Clavier, volto noto della commedia francese — sembra aver perso ogni speranza e gli propone una sfida fuori dal comune: trovare la donna giusta. Contro ogni previsione, Damien ci riesce. Ma la situazione si complica quando Alice, la fidanzata, lo invita a casa per celebrare i trent’anni di matrimonio dei suoi genitori. Il dettaglio esplosivo? Il padre di Alice è proprio il dottor Beranger, deciso a sabotare la relazione. Da qui prende il via “Terapia di famiglia”, una commedia degli equivoci diretta da Arnaud Lemort, che arriverà nelle sale italiane il 23 luglio 2026.

Famiglia e litigi: la commedia che non decolla

Terapia di famiglia si basa su una trama fatta di malintesi e rivalità familiari, un classico della commedia francese. Peccato che nel 2026 questi meccanismi suonino un po’ datati. Damien, alle prese con un disturbo d’ansia serio, tenta di rimettere insieme i pezzi della sua vita amorosa. Ma le cose si complicano quando incontra il papà di Alice, che è anche il suo ex terapeuta, Christian Clavier.

La festa per il trentennale di matrimonio è il palco di una serie di scontri e battute che vorrebbero essere divertenti, ma finiscono per risultare prevedibili e scontate. L’idea di un medico che ostacola apertamente la relazione del suo ex paziente con sua figlia poteva essere materia prima per una commedia brillante, ma la sceneggiatura di Lemort si limita a una caricatura superficiale, senza approfondire i personaggi.

Gli eventi scorrono in modo lineare: il dottore mette in atto metodi più o meno subdoli per allontanare la coppia. Ma i protagonisti restano piatti. Damien rimane il giovane impacciato e ansioso di sempre, senza evoluzione, mentre Beranger è l’ostacolo di turno, un suocero invadente senza alcuna sfumatura.

Clavier e Lecaplain: due talenti sprecati

Il film poggia molto sulla figura di Christian Clavier, veterano della commedia francese noto per i suoi ruoli da suocero ingombrante. Impossibile non pensare a film come Ti presento i miei o Non sposate le mie figlie!, ma qui manca quella scintilla comica che ha reso quei titoli indimenticabili.

Clavier ci prova, cerca di dare energia alle scene, ma la sceneggiatura lo tiene bloccato in un ruolo fatto di cliché. Baptiste Lecaplain, noto per la sua comicità vivace, si trova invece a dover recitare battute banali e scontate. Tra i due, però, si avverte un certo feeling, una buona intesa che però non basta a far decollare la loro chimica sullo schermo.

Anche i personaggi secondari, come Claire Chust nel ruolo di Alice e Cristiana Reali, restano incastrati in ruoli troppo semplici, stereotipati e poco memorabili. La mancanza di originalità nella scrittura sacrifica ogni possibile spunto di umorismo più sottile, riducendo molte scene a sketch già visti.

Ansia e leggerezza: un equilibrio mai trovato

Il vero tallone d’Achille di Terapia di famiglia è il modo in cui tratta i temi psicologici. Ansia, depressione e paure irrazionali appaiono e spariscono, usati solo come sfondo per la trama comica, senza il minimo approfondimento che li renda credibili o toccanti.

Il film punta più sulle gag facili e sulla derisione delle crisi di Damien, senza mai osare andare oltre la superficie. È una scelta che limita la pellicola a una commedia leggera, che evita di affrontare i lati più complessi e dolorosi di queste condizioni.

Il risultato è la banalizzazione di problemi seri, usati come pretesto per situazioni e battute da commedia degli equivoci, ma senza spessore o riflessione. I temi delicati diventano così un semplice sfondo, incapace di coinvolgere davvero lo spettatore, e la pellicola si rivela una lettura poco incisiva della realtà psicologica dei personaggi.

Belle immagini, poco mordente

Nonostante le pecche della sceneggiatura e una comicità spesso prevedibile, Terapia di famiglia si fa notare per l’aspetto visivo. Le scene sono girate sulle sponde di un lago nella regione Auvergne-Rhône-Alpes, con paesaggi tranquilli che offrono una cornice elegante alla storia.

Questo contrasto tra una trama poco intensa e ambientazioni curate è uno dei pochi lati positivi del film. Le riprese valorizzano natura e contesti familiari, provando a dare un tono più raffinato all’insieme, anche se non riescono a superare le limitazioni di una scrittura debole.

Il ritmo è costante, senza cali evidenti, e qualche scena riesce a strappare un sorriso. Ma manca quella freschezza e brillantezza che i fan delle commedie francesi si aspettano.

Un’occasione sprecata per un cinema che poteva fare di più

Con Terapia di famiglia, Arnaud Lemort firma un film che avrebbe potuto colpire di più, sia sul piano emotivo che comico, ma che si accontenta di restare in superficie. Le dinamiche familiari e le difficoltà psicologiche sono solo accennate, senza mai essere davvero esplorate.

La mancanza di una scrittura più audace e originale lascia la sensazione di un lavoro piacevole da vedere, ma incapace di unire umorismo e introspezione come sa fare il miglior cinema francese.

Personaggi simpatici ma stereotipati, ritmo fluido e paesaggi suggestivi non bastano a trasformare questa commedia in un film che lasci il segno. Terapia di famiglia si presenta così come un’occasione solo in parte colta, destinata a scomparire rapidamente dal panorama cinematografico del 2026.

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