Il treno è partito in orario, ma è arrivato con un quarto d’ora di ritardo. Succede spesso, troppo spesso. Matteo Salvini, dal banco del governo, ha esibito numeri rassicuranti: 77,7% di puntualità per l’alta velocità nel 2026, addirittura il 90,6% per i regionali. Dati che sembrano buoni, ma chi prende il treno ogni giorno sa che c’è un altro racconto, più scomodo. Rallentamenti estivi, disagi nel nodo di Firenze, problemi che si ripetono con inquietante regolarità, mettono in crisi la promessa di efficienza. A mettere in luce questa distanza tra le cifre ufficiali e l’esperienza reale è l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. La loro analisi rivela come i metodi di misurazione cambino tutto: un ritardo può essere “trascurabile” oppure un problema serio, a seconda di chi conta e come. E intanto, chi viaggia resta in bilico tra aspettative e realtà, in attesa che la promessa di puntualità diventi davvero concreta.
Puntualità a due facce: come cambiano i numeri a seconda dei criteri
Il punto chiave è nei metodi usati per misurare la puntualità. Nel tempo, Ferrovie dello Stato e Rete Ferroviaria Italiana hanno adottato criteri diversi, creando confusione e rendendo difficili i confronti nel tempo. I numeri citati da Salvini si basano sull’indicatore «puntualità RFI», che considera puntuali i treni arrivati entro cinque minuti dall’orario previsto, ma esclude ritardi causati da scioperi, maltempo e guasti tecnici ai convogli. Questo sistema produce un dato più favorevole: il 77,7% di puntualità per l’alta velocità.
Le cose cambiano se si considerano tutti i ritardi, senza escludere nulla, cioè ogni treno che supera i cinque minuti di ritardo. Con questo metodo, detto «nessuna esclusione», la puntualità reale dell’alta velocità scende tra il 63% e il 66%. In pratica, un treno su tre arriva in ritardo, molto più di quanto raccontano i dati ufficiali. E questo si avvicina di più alle esperienze quotidiane degli utenti, che spesso segnalano disagi e ritardi, soprattutto sulle tratte principali.
Questa varietà di indicatori rende difficile fare confronti chiari anno dopo anno o con le altre ferrovie europee. La doppia velocità dei dati complica il giudizio sul servizio e rende incerto come intervenire per risolvere i problemi che ancora pesano sui viaggiatori.
Ritardi lunghi, il vero problema nascosto dietro le statistiche
Un altro nodo riguarda la soglia con cui si definisce un treno in ritardo. Sia i parametri del ministero sia quelli dell’Osservatorio considerano “non puntuale” un convoglio con almeno cinque minuti di ritardo, senza distinguere tra pochi minuti e ore. Così un treno in ritardo di sei minuti pesa come uno fermo a terra per due ore o più.
Questa semplificazione rende opaca la reale gravità dei disagi per chi viaggia. Una misurazione più dettagliata aiuterebbe a capire le conseguenze concrete: coincidenze perse, lavoro saltato, programmi rovinati. Invece, la classificazione rigida nasconde la portata del problema.
A peggiorare le cose c’è la totale assenza di un archivio storico trasparente e uniforme. Non esiste un database pubblico con dati omogenei e aggiornati, capaci di raccontare fedelmente ritardi e cause, e di permettere confronti affidabili nel tempo o con altre reti europee. Questa lacuna limita la possibilità di verificare davvero l’efficienza del servizio e di chiedere conto agli operatori.
Cantieri e traffico intenso: la stagione dei ritardi
L’Osservatorio evidenzia una stagionalità nei ritardi. Tra maggio e luglio, quando aumentano manutenzioni e traffico, i disservizi crescono. Il sovraccarico sulla rete e i cantieri pesano su tutti i treni, aumentando rallentamenti e slittamenti.
Ad agosto i problemi diminuiscono, probabilmente per la riduzione dei viaggi e la pausa nei lavori. Ma da settembre a ottobre la situazione torna critica, con un nuovo picco di disservizi, confermando un andamento altalenante legato ai cantieri e alla pressione sulla rete ferroviaria.
Andrea Casu, deputato del Partito Democratico, sottolinea che i cantieri non sono il problema in sé, ma la loro gestione. Serve una programmazione attenta, con informazioni chiare ai passeggeri e servizi sostitutivi adeguati. Senza queste garanzie, la qualità del viaggio quotidiano di migliaia di persone ne risente.
Pd in pressing: vogliamo i dati veri sui minuti di ritardo
Sul fronte politico, il Pd continua a chiedere più trasparenza sui ritardi. Andrea Casu ricorda che dal 2020 si chiede di pubblicare il numero totale di minuti di ritardo accumulati, un dato concreto che rappresenta il tempo perso dai cittadini.
Al Question time, il deputato ha mostrato un calcolo impressionante: nei primi sei mesi del 2026, esclusi gli scioperi, i minuti di ritardo complessivi equivalgono a sette anni e mezzo. Un numero che riassume tutte le perdite di tempo, le coincidenze saltate, i ritardi sul lavoro, gli appuntamenti mancati, persino le vacanze rovinate.
Casu insiste sul fatto che le percentuali parziali di puntualità non raccontano la realtà di chi prende il treno ogni giorno. Senza dati completi e accessibili, non si può capire davvero cosa non funziona e non si riesce a controllare l’operato delle infrastrutture e dei gestori.