Nella notte tra il 7 e l’8 luglio, il Golfo del Petrolio è tornato a infiammarsi. Gli Stati Uniti hanno colpito con raid aerei mirati obiettivi iraniani, una risposta diretta agli attacchi dei Pasdaran che, pochi giorni prima, avevano preso di mira tre navi nello Stretto di Hormuz. Il Pentagono non ha usato mezzi termini: questa volta la reazione è stata più dura del solito e, avverte, potrebbe non finire qui. Il risultato? I prezzi del petrolio sono schizzati in alto, mandando subito in fibrillazione i mercati mondiali.
Gli Stati Uniti alzano il tiro nel Golfo
L’offensiva americana è scattata dopo gli attacchi dei Pasdaran contro tre imbarcazioni in uno dei punti più strategici del mondo: lo Stretto di Hormuz. Il Pentagono ha confermato che i raid della notte sono stati da quattro a cinque volte più potenti rispetto a quelli di dieci giorni fa. Stando a fonti come la CNN e Axios, l’ordine di intensificare l’azione è arrivato direttamente dall’allora presidente Donald Trump durante il vertice NATO ad Ankara. Dietro l’azione, un coordinamento stretto tra i vertici militari e politici Usa, dal segretario alla Difesa al capo degli stati maggiori congiunti.
Non si tratta di una semplice rappresaglia, ma di una risposta studiata per colpire duramente l’Iran e ridurre la sua capacità di attaccare in futuro. Per ora non è chiaro quanto durerà questa nuova ondata di raid: Washington sta monitorando gli effetti per decidere i prossimi passi. Le operazioni hanno coinvolto bombardamenti su larga scala, con numerosi obiettivi colpiti in diverse zone iraniane.
Colpiti decine di siti, Teheran risponde col fuoco
Gli attacchi aerei hanno preso di mira almeno 80 siti tra Qeshm, Bandar Abbas e Sirik. Tra gli obiettivi ci sono postazioni missilistiche, sistemi di sorveglianza e basi per il lancio di droni. Nel porto di Bandar Abbas, cruciale per il traffico marittimo iraniano, sono scoppiati incendi visibili anche da lontano. Segnalate anche esplosioni sull’isola di Kharg, un punto chiave per le esportazioni di petrolio iraniane.
Teheran ha condannato con forza gli attacchi, definendoli una violazione degli accordi di tregua e accusando gli Stati Uniti di averli provocati. I Pasdaran hanno risposto con attacchi a loro volta, lanciando droni e missili contro la flotta americana nel Mare dell’Oman e contro basi in Kuwait e Bahrein. Secondo fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, i siti statunitensi colpiti sarebbero 85 in totale.
Tensioni alle stelle, rischi per l’economia globale
Il nuovo scontro si inserisce in un contesto già teso tra Washington e Teheran. L’amministrazione americana ha appena reintrodotto le sanzioni sul petrolio iraniano, con scadenza al 17 luglio. Intanto il prezzo del petrolio è salito del 3% a causa dell’escalation militare. A complicare il quadro c’è anche il delicato momento politico in Iran, che a fine febbraio ha perso la sua guida suprema Ali Khamenei, colpito da un bombardamento.
L’instabilità in questa zona, cruciale per il commercio mondiale di energia, preoccupa non poco. Il controllo dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il passaggio di petrolio e gas, resta centrale negli equilibri globali. Ogni nuova scintilla si riflette subito sui mercati e sulle relazioni diplomatiche tra le potenze coinvolte, alimentando un clima di incertezza che rischia di allargarsi.