«Non voglio morire senza rivedere le mie figlie». Le parole di una donna, malata in fase terminale, hanno riempito l’aula di tribunale a Roma. Ha chiesto un ultimo incontro con le sue figlie adottive, un desiderio umano e disperato. Ma i giudici hanno deciso diversamente: quell’incontro, hanno stabilito, rischierebbe di ferire ancora di più le ragazze. Dietro quel “no” c’è una storia di sofferenza, di scelte dolorose e di una separazione che ha segnato per sempre le loro vite.
Un passato difficile: revoca della potestà e casa famiglia
Tutto nasce da una situazione complicata. La madre, che in passato ha lottato contro una dipendenza da droga, ha perso la potestà sulle figlie. Le bambine sono state affidate a una casa famiglia, scelta obbligata presa dalle autorità per proteggerle da un ambiente considerato pericoloso e degradato.
La revoca della potestà è stata una misura necessaria per garantire la sicurezza e il benessere delle minori. Dopo, le ragazze sono state adottate da altre famiglie. In quegli anni, la madre era in un tunnel di dipendenza e disagio, un contesto che ha pesato molto sulla vita delle figlie. Il giudice, valutando la situazione con attenzione, ha deciso che allontanarle era l’unica strada possibile.
La richiesta di incontrare le figlie respinta: cosa dicono i giudici
Nel 2024 la donna, assistita dagli avvocati Alessandro Pace e Alessia Gemini, ha chiesto di poter rivedere le figlie. Voleva recuperare un rapporto, scusarsi e provare a ricucire almeno un piccolo pezzo del passato.
Ma i giudici hanno detto no. Nella sentenza si legge che un incontro potrebbe nuocere alle ragazze, mettendo a rischio la loro stabilità emotiva. La decisione tiene conto di come le bambine sono cresciute, in un ambiente sicuro e protetto, e vuole evitare nuovi traumi.
La madre ha espresso più volte il suo dolore, dicendo di non aver mai voluto arrivare a questo punto. Ha raccontato di aver superato la dipendenza anni fa e di voler mostrare alle figlie la sua nuova vita. Ma il tribunale ha scelto di mettere al primo posto il benessere delle ragazze, anche davanti alla malattia terminale della madre.
Il peso del passato e il desiderio di un ultimo abbraccio
Dalle parole della donna emerge un dolore profondo e un senso di colpa che non la abbandonano. Racconta di aver sempre cercato di dare qualcosa alle figlie e ai loro fratelli, nonostante tutto. Ricorda che durante gli anni in casa famiglia le era stato addirittura vietato di fare regali, una regola che le ha lasciato un vuoto dentro.
L’adozione ha chiuso definitivamente ogni contatto, ma il pensiero delle figlie le accompagna ogni giorno. Vorrebbe vederle crescere, abbracciarle un’ultima volta, chiedere scusa. Chiede un incontro protetto, sotto controllo, che non metta in pericolo le nuove famiglie.
Le sue parole mostrano una consapevolezza maturata piano piano, lontano da quei giorni difficili. Difende l’amore che ha sempre avuto per i figli e il desiderio di chiudere la sua vita con un ultimo saluto, anche se la strada giudiziaria è dura e ferma.
La malattia terminale: un diritto negato
La malattia grave della donna è il nodo più delicato di tutta la vicenda. Ha presentato ai giudici certificati medici che attestano la sua condizione terminale, chiedendo una risposta umana e speciale.
Lei stessa si dice incredula per il rifiuto. Si chiede come sia possibile ignorare una situazione così drammatica. Ha paura di non avere più tempo e vuole lasciare alle figlie un ultimo messaggio d’affetto e di redenzione.
Gli avvocati hanno proposto incontri protetti, che non cambierebbero la vita delle bambine né la loro adozione. La legge permette di regolare gli incontri proprio per tutelare i minori, anche in casi così delicati.
Ma il tribunale ha scelto di privilegiare la sicurezza e la stabilità delle ragazze, considerandole priorità assolute, anche davanti a una malattia terminale della madre.





